giovedì 2 ottobre 2014

Cosa mettere nello zainetto?!

Con l'autunno appena arrivato, adulti e bambini, ritornano alle loro care abitudini e alle regole che scandiscono le giornate, ignorate durante le vacanze. Per i nostri piccoli le vacanze rappresentano spesso l’assenza di regole anche dal punto di vista alimentare: si svegliano più tardi, spesso saltando la colazione e la merenda, consumano più fuori-pasto e pranzano e cenano con orari molto diversi dal solito.
Ed eccoci qui, al ritorno a scuola, e ai famosi e tanto raccomandati 5 pasti giornalieri.

La merenda è anch’essa un pasto fondamentale per la giornata alimentare del bambino, in quanto serve da “spezza-fame” ed evita che le ore di digiuno tra la colazione o, per chi malauguratamente non la fa, la cena della sera precedente e il pranzo, o tra il pranzo e la cena diventino eccessive, portando ad avere una gran fame al pasto successivo e ad alimentarsi in modo quantitativamente e qualitativamente scorretti.
Dato il suo ruolo di “spezza-fame”, la merenda non dovrebbe fornire troppe calorie, giusto il 5-10% di quelle che il bambino, in base alla sua età e sesso, dovrebbe consumare nell’intera giornata. Per la maggior parte dell’età pediatrica diciamo che siamo sull’ordine delle 70-100 kcal.


Ma, pur essendo così importante, la merenda difficilmente viene gestita correttamente dagli adulti, che tendono spesso o a sottostimarla, facendola così anche saltare spesso ai bambini, vuoi per una sorta di recupero calorico, vuoi dandosi la giustificazione che il bambino non ne sente la necessità; o, viceversa, a sovrastimarla, fornendo alimenti o porzioni molto più vicine a quelle di un pasto. La merenda non deve determinare un eccessivo introito di calorie, zuccheri e grassi saturi, altrimenti si finisce per saziare troppo il bambino, facendogli saltare il pranzo e/o la cena e alterando i ritmi alimentari della sua giornata.
Per cui bisogna aiutare i nostri bambini a consumare una merenda corretta dal punto di vista nutrizionale, ma cosa scegliere per l’intervallo dei più piccoli?
L’ora della merenda dei bambini si sa, può essere molto rischiosa in quanto è un momento nel quale di solito l’appetito sale e crescono le tentazioni di snack, merendine ipercaloriche, zeppe di grassi saturi, coloranti e conservanti.
Il modo più semplice per evitare questi rischi è quello di giocare d’anticipo e attrezzarsi per invogliare i bambini, anche nell'ora dello spuntino, a scegliere un’alimentazione sana e nutriente come ad esempio le merende preparate in casa.
Ecco qualche consiglio utile su come organizzare la merenda dei bambini a scuola in maniera sana e genuina.

Nutrire i bambini in maniera sana non significa escludere completamente i dolci dalla loro alimentazione. L’importante è ridurre al minimo il consumo di merendine confezionate e sostituirle con un dolce preparato in casa con ingredienti genuini e senza conservanti.
Un' alternativa dolce e golosa per la merenda dei bambini a scuola è anche una bella fetta di pane e marmellata. Un’idea semplice e classica ma anche sana e genuina soprattutto se la marmellata la preparate in casa con la frutta di stagione.

I bambini si sa, non amano particolarmente la frutta. Per far apprezzare loro mele, arance, mandarini, melone, uva e così via, il segreto è presentarla loro sotto forme creative e fantasiose.
In alternativa alla frutta fresca riempite un piccolo contenitore ermetico con un po’ di frutta secca, uva passa, mandorle, noci e nocciole: l’importante è verificare prima con il pediatra che i piccoli non siano allergici a tali alimenti e non esagerate con le quantità.

Infine, la merenda più classica in assoluto: il panino imbottito; per una merenda sana e nutriente, provate a camuffare la lattuga con il formaggio o il tipo di affettato che il bimbo preferisce. Un' altra scelta è uno yogurt bianco, cremoso o alla frutta a cui accompagnare una buona manciata di cereali.

Serve non sovrastimare il consumo energeticodato da un’ora di sport, valutando criticamente il tempo che realmente viene passato in attività di movimento ( e se ci fate caso, spesso equivale a circa mezz’ora, decisamente non molto!).
Non è necessartio compensare con la merenda pomeridiana il mancato pranzo, perché in questo modo sosterremo il bambino nel suo rifiuto della mensa scolastica; invece, con fermezza, invitiamolo a consumare o almeno assaggiare il pranzo, e non cediamo alle proteste di aver fame all’uscita di scuola: il pranzo lo aveva a disposizione, se lo ha rifiutato, la prossima volta non lo farà!


E' molto importante abituare i bimbi a non mangiare sempre gli stessi cibi, ma soprattutto offrire loro delle valide alternative alle merendine confezionate, quando frequentano la scuola: innanzi tutto per motivi di salute (l'obesità tra i bimbi cresce in modo preoccupante), ma anche perchè occorre fornire loro la giusta energia per lo studio. 

Dott.ssa Guerrera Mariacarmela
Biologa Nutrizionista

domenica 21 settembre 2014

Shiatsu e Parkinson

Lo Shiatsu si esegue con pressioni manuali su tutto il corpo. Il suo scopo è quello di ristabilire l’armonia del flusso dell’energia vitale nonché di stimolare le funzioni degli organi della persona, aiutandola a sostenere e attivarne i processi vitali, condizioni indispensabili per poter conquistare e mantenere uno stato di benessere e rilassamento sia fisico che mentale.
Dalla pratica è emerso che il trattamento ha effetti immediati su vari livelli, nelle persone con Parkinson. Si arriva quasi sempre a un buon rilassamento generale, accompagnato da una sensazione di scioltezza e di maggiore stabilità, una postura visibilmente più eretta, miglioramento delle affezioni dolorose. L’umore migliora, le persone si sentono più sollevate, sorridenti e più serene.
Il dialogo con l’operatore all’ inizio e alla fine del trattamento, la possibilità di aprirsi, parlare di sé e di essere ascoltati e accolti, costituiscono un’occasione importante che interrompe l’isolamento in cui la persona si trova, dovuto alla sua condizione di ammalato. L’energia vitale della persona risulta riattivata sia a livello fisico che psichico. La sensazione di benessere, accompagnata da una sensazione di maggiore scioltezza nei movimenti, miglioramento del sonno e della autonomia nei movimenti, continua anche per uno o due giorni dopo il trattamento.

Angela Scognamiglio
Insegnante Shiatsu 

domenica 14 settembre 2014

L'ALTRO COME PROSSIMO: DALLA RELAZIONE-LEGAME ALLA RELAZIONE DI CONTIGUITA'

Le figure dell'Alterità come limite, concorrente, origine e destino si concretizzano all'interno di uno scenario che è la relazione, il legame. La relazione è quel legame emotivo che influenza il comportamento. Abbiamo una relazione quando l'Altro "altera" il comportamento che avremmo avuto se non fosse entrato nel nostro orizzonte, e quando a nostra volta siamo l'Altro per l'Altro.
La relazione così intesa è un punto di un cerchio comprendente libertà, differenza-pluralità e realismo. Il cerchio è una forma ricorsiva senza un punto di inizio-fine, e dove ogni punto è insieme causa ed effetto di ogni altro.
La libertà è quella di attuare il possibile, concedere all'Altro ed a sé il potere di essere un punto di cambiamento, accettare che la relazione possa dirottare la vita. La differenza-pluralità è concepire la relazione come incontro fra diversità, interpersonali ed intrapsichiche. Il realismo è l'importanza del soggetto vero, concreto, carnale rispetto al soggetto ideale, astratto, generale.
Cosa accade se la relazione assume una forma "puntuale", ad arcipelago, in cui i soggetti non si influenzano ma sono semplicemente "prossimi"? E' frequente oggi sentir parlare di incontro e relazione anche per situazioni di questo tipo. Per esempio, si dice che i fedeli "incontrano" il Papa, quando diecimila persone stanno sulla piazza di S. Pietro sotto la finestra del Pontefice. Si chiamano "colleghi" coloro che fanno lo stesso tipo di lavoro, anche se non si sono mai parlati. Si chiamano "compagni" quelli che militano nello stesso partito o fanno lo stesso corteo. Partecipare allo stesso concerto della rock star di turno, fa sentire "vicini" i presenti. Come "prossimi" si sentono quelli che assistono insieme allo stesso struggente tramonto.
Spesso si usano termini come "relazione e "Altro" in quelle situazioni in cui esiste solo una "contemporaneità emozionale". Avere emozioni simili sembra sufficiente per definire la relazione. Questa relazione non è un legame, si scioglie allontanandosi, né implica influenza reciproca o cambiamento. La figura prevalente qui non è il cerchio, ma l'insieme di punti inseriti in uno stesso "campo" spazio-temporale. Anzi, spesso basta lo stesso "campo" psicologico, cioè il vissuto di contiguità e prossimità, a prescindere dalle variabili spazio-temporali. Ci possiamo sentire in prossimità coi trapassati, ma anche con soggetti lontani che non abbiamo mai visto.
Il passaggio dalla relazione-legame alla relazione-prossimità è caratterizzato da tre elementi.
Uno è la sostituzione della dimensione reale alla dimensione ideale. Abbiamo sempre meno relazioni fra persone e sempre più relazioni fra idee. Solidarizziamo coi "disabili", senza avere alcun legame con l'anziana in carrozzina del piano di sotto. Manifestiamo per i diritti umani delle donne islamiche, senza necessariamente portare rispetto per le donne che lavorano nel nostro ufficio.
Un altro elemento è il prevalere dei valori simile-singolare sui valori differente-plurale. E' "prossimo" chi sentiamo simile, e le relazioni di similarità corrispondono ad una concezione interpersonale e intrapsichica come mono-dimensionale.
Il terzo elemento è il determinismo, contrapposto alla libertà. Le relazioni di prossimità danno conferme, senza cambiare. Rassicurano, facendo prevalere la ripetizione e l'eco sulla variazione o la biforcazione.







Il passaggio dalle relazioni-legame alle relazioni di prossimità/contiguità è insieme effetto e causa di numerosi fenomeni che interessano la vita quotidiana attuale. Il primo è che diminuiscono le relazioni totali a favore di quelle parziali. Stiamo sostituendo le relazioni intime, profonde e polidimensionali con relazioni di superficie e monodimesionali. Le relazioni per "fare insieme" prendono il posto delle "relazioni per essere-stare insieme". Sempre meno legami riescono a soddisfare la pluralità dei nostri bisogni. L'urgenza dei quali viene soddisfatta moltiplicando gli ambienti che attraversiamo. Questo offre una spiegazione della ansiosa mancanza di tempo che sembra colpire tutti, malgrado il tempo di lavoro sia mediamente diminuito. Quasi tutti lavorano -salvo alcune minoranze- meno, e quasi tutti hanno meno tempo. Il fatto è che molti, di fronte alla diminuzione delle relazioni-legame, cercano di sostituirle con situazioni di prossimità che vengono moltiplicate: abbiamo "vicini" che condividono con noi le esperienze di fitness, "prossimi" con cui balliamo, contigui che vivono un viaggio con noi, simili con cui abbiamo idee uguali. Rincorriamo una miriade di figure di prossimità, per sostituire le relazioni-legame che non siamo più in grado di, o vogliamo sempre meno, intrecciare.


Dott.ssa Giuseppina D'Auria
Pedagogista 

lunedì 1 settembre 2014

La costruzione del Sé

E’ all’interno della famiglia che ciascuno sviluppa il senso di sé, come individuo autonomo che appartiene e può dipendere da un certo gruppo. 
La famiglia d’origine ha un ruolo essenziale nello sviluppo del sè e dell’individuazione. Infatti, alcuni aspetti della nostra personalità vengono rinforzati, altri aspetti, invece, vengono scoraggiati, mentre altri limitati. L'aria che il bambino respira nel suo ambiente familiare porta alla strutturazione di elementi della personalità, del suo carattere, e del suo essere nel mondo. Grande influenza hanno anche i messaggi non verbali, comportamentali e gestuali; il bambino osserva e registra quotidianamente le azioni dei genitori, e, soprattutto, nei casi di incongruenza tra parole e fatti, tenta di dare un significato a quello che vede intorno a sé.
Le relazioni familiari contengono, intessute tra loro, le caratteristiche della sicurezza del legame di attaccamento e dell’intersoggettività. All’interno della relazione si promuove un senso di sicurezza, ognuno conosce/è conosciuto, sente/viene sentito, percepisce/è percepito, dà/riceve in modo che ognuno di queste diadi genera, alla presenza dell’altro, un senso di sicurezza psicologica crescente (Huges, 2007).
L’attaccamento è  un sistema che regola prima di tutto la quotidianità, non ha a che fare con il verbale, è  una procedura comportamentale, è qualcosa che guida il comportamento, è qualcosa ci fa avvicinare a qualcuno che giudichiamo in grado di darci una mano nel momento di difficoltà, una figura protettiva: la figura di attaccamento. Questo avviene in situazioni in cui c’è qualche cosa che ci fa percepire un abbassamento delle condizioni di sicurezza, e noi non ci sentiamo più al sicuro: c’è la sensazione di pericolo e mi avvicino a qualcuno che mi possa proteggere, aiutare, confortare. Quando non ci sentiamo al sicuro emergono precise emozioni che fanno parte di questa  quotidianità; fra queste emozioni prima di tutto c’è la paura in quanto è l’emozione base di attivazione del sistema di attaccamento, la paura come percezione di pericolo.
Il caregiver deve occuparsi della regolazione affettiva del bambino (Taylor et al. 2000), ossia deve fornire risposte adeguate ai suoi stati di attivazione emotiva, soprattutto quando si attiva la paura, anche attribuendo a questi un preciso significato. Questo perché, in un primo momento, il bambino,  non è capace di comprendere e far fronte autonomamente agli stimoli emotivi, o almeno a quelli che superano la sua “finestra di tolleranza” (Siegel 1999), ovvero quelli che risultano essere eccessivamente intensi rispetto alle sue risorse e capacità.
Dall’holding (sostegno) materno, inoltre, deriva l’abilità di tenere se stessi nella propria mente, ovvero, la capacità di autoriflessione e la possibilità di concepire se stessi e gli altri come persone che hanno una mente.  Il Sé si costruisce attraverso il linguaggio e l'azione, consentendo all'individuo di autopercepirsi come un' entità dotata di rilevanza sociale e di assumere il punto di vista dell' altro come criterio per la propria condotta: “Nel corso di questo processo il bambino  diventa gradatamente un essere sociale nella sua stessa esperienza, e agisce verso se stesso in modo analogo a come agisce verso gli altri, e sviluppando questa conversazione nel proprio foro interiore, dà vita a quel campo che è chiamato mente” (Mead,1934).
Quello che l’individuo sviluppa e si porta dentro è una mappa di come vede e percepisce se stesso, gli altri e le sue relazioni. Secondo le parole stesse di Bowlby, “Ogni individuo costruisce modelli  operativi del mondo e di se stesso in esso, con l’aiuto dei quali percepisce gli avvenimenti, prevede il futuro e costruisce i suoi programmi. Nel modello operativo del mondo che  ognuno si costruisce, una caratteristica chiave è la nozione che abbiamo di chi siano le figure di attaccamento, di dove possano essere trovate e di come ci si può aspettare che rispondano. Similmente, nel modello operativo di se stessi che ognuno di noi si costruisce, una caratteristica chiave è la nostra nozione di quanto accettabili o inaccettabili noi siamo agli occhi delle nostre figure di attaccamento” (Bowlby, 1973). 

Dott.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta

giovedì 7 agosto 2014

Famiglie psicosomatiche

La  psicosomatica nasce dalla consapevolezza che la mente e il corpo sono strettamente collegati l'una all'altro, e che il mondo emozionale e affettivo influenzi quello fisico.
Quando si affronta il problema delle componenti psicologiche di un disturbo psicosomatico, ci si pone in una prospettiva che mira ad ampliare le capacità di comprensione del disturbo, allargandone la gamma dei significati. Il disturbo somatico non è soltanto l’indice dell’anomalo funzionamento di un organo, aspetto che non va mai dimenticato e sottovalutato, ma diventa anche espressione di influenze psicologiche ed emozionali che rimandano “al di là” dell’organo malato, diventa, soprattutto, manifestazione o “simbolo” di qualcosa che non è riducibile all’apparato che non funziona ma che deve essere esplorato e compreso.
Il corpo è la prima manifestazione del Sé; è la prima realtà soggettiva del Sé, affettivo-senso-motoria. Il Sé si costruisce attraverso la relazione di attaccamento, ma quando questi legami di attaccamento non compiono la loro funzione organizzatrice e regolatrice, il bambino si sente smarrito, vive delle angosce destrutturanti e sregolatrici, e senza nessuna possibilità di sperimentare conforto, compromettendo, in tal modo, l’organizzazione del Sè. Queste identificazioni primarie modellano l’architettura corporea del Sé, esse continuano ad abitare il corpo proprio dell’adulto e a modellare i suoi comportamenti durante tutta la vita.
Questo Sé, dunque, nasce e si sviluppa all’interno di un sistema familiare.
Il contributo più importante dato dalle teorie sistemiche alla psicosomatica è venuto da Salvador Minuchin, un pediatra e psichiatra argentino che ha lavorato negli Stati Uniti e in Israele diventando il maggior esponente dell’indirizzo strutturale della terapia familiare. Minuchin, attraverso i suoi studi, sviluppò un proprio modello di interpretazione dei disturbi psicosomatici basato sull’analisi della struttura familiare  (Minuchin, Rosman e Baker, 1978). Secondo questo modello, fattori stressanti possono favorire l’insorgenza di tale disturbo e una volta che esso è comparso, tende a essere mantenuto all’interno di una organizzazione familiare disfunzionale.
L’aspetto interessante di questo modello è che esso non trascura le componenti mediche e biologiche della malattia, ma le integra in una visione più complessa nella quale assume un’importanza centrale la relazione della persona con disturbo psicosomatico e con l'intero sistema familiare. Per Minuchin, non è tanto il sintomo o la malattia ad essere specifici, ma il modo in cui è organizzata la famiglia.
Minuchin individuò delle caratteristiche strutturali tipiche delle famiglie psicosomatiche. Ha notato che: i componenti della famiglia hanno la tendenza ad interessarsi eccessivamente, sono troppo coinvolti, intrusivi ed invadenti, capita spesso, ad esempio, che uno parli al posto dell’altro (invischiamento); inoltre, in queste famiglie, ogni segnale di malessere o di malattia, genera un alto grado di tensione che spinge la famiglia ad assumere un atteggiamento di eccessiva protezione verso la persona sintomatica, impedendone l’autonomia, l'individualità, e lo sviluppo di interessi esterni al gruppo (iperprotettività); il nucleo familiare è fortemente resistente ad ogni forma di cambiamento, può accadere che non appena un membro cerca di rompere questo equilibrio precario, la famiglia diventa  molto vulnerabile e cerca di ripristinare quell'equilibrio anche se precario e non funzionale (rigidità); tutto questo rende le famiglie poco tolleranti alle frustrazioni, i componenti della famiglia non tollerano nessuna forma di disaccordo, e i problemi vengono continuamente soffocati al loro nascere o  negati (incapacità di risoluzione dei conflitti).
In tali disturbi, generalizzando,  potremmo dire che quando il dolore non trova sfogo nelle lacrime, altri organi lo piangono (Mauddsley).  Le malattie somatiche sono quelle che più strettamente realizzano uno dei meccanismi difensivi più arcaici con cui si attua una espressione diretta del disagio psichico, vale a dire attraverso il corpo. In queste malattie la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute, sentite e sperimentate, trovano una via di scarico immediata nel corpo. La difficoltà a far venire alla luce le emozioni, qualsiasi esse siano, è così invalidante che il corpo diventa il solo mezzo per poter mostrare, a se stessi e agli altri, la propria sofferenza.  


Dott.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta
Dott.ssa Anna Verbicaro
Psicologa-Psicoterapeuta

giovedì 3 luglio 2014

Paura di ...


Paura di guidare un’automobile, di prendere un aereo, paura del buio, paura di … 
Le paure possono essere infinite, per quanto infiniti possono essere gli oggetti o le situazioni che ci troviamo ad affrontare nella vita di tutti i giorni. 
La paura è un’emozione che tutti abbiamo sperimentato nelle sue varie sfaccettature, e in relazione a diversi eventi o cose. Accompagna l’uomo fin dai suoi primi giorni di vita: un neonato ha paura dei forti rumori, un bambino di 8 mesi ha paura degli estranei; un bambino di 8 anni può aver paura del buio, e così via. 
Ma cos’è la paura? La paura  rientra nel gruppo delle emozioni primarie, cioè quelle emozioni che sono presenti sin dalla nascita, come anche gioia, sorpresa, tristezza e rabbia.  Il termine paura viene utilizzato per esprimere sia un’emozione attuale che una emozione prevista nel futuro, oppure un semplice stato di preoccupazione e incertezza. 
La paura è un sistema adattivo che modula il rapporto tra l'ambiente e l'organismo favorendo la sopravvivenza di quest'ultimo; ha una funzione positiva, così come il dolore fisico, di segnalare uno stato di emergenza ed allarme, preparando la mente il corpo alla reazione. Se la paura viene estremizzata e resa eccessivamente intensa, diventa ansia, fobia o panico, perdendo, in tal modo, la sua funzione fondamentale.
Nello specifico la paura si attiva quando i sensi percepiscono uno stimolo dannoso o potenzialmente dannoso per l'organismo, insomma quando incombe una minaccia. Alla paura segue uno stato di attivazione neurofisiologica che consente all'individuo di rispondere allo stimolo iniziale con  attacco, evitamento-fuga o nella peggiore delle ipotesi con un blocco. Precisamente, si accompagna ad una attivazione del sistema nervoso autonomo parasimpatico, e si ha quindi un abbassamento della pressione del sangue e della temperatura corporea, diminuzione del battito cardiaco e della tensione muscolare, abbondante sudorazione e dilatazione della pupilla. Il risultato di tale attivazione è una sorta di paralisi, ossia l'incapacità di reagire in modo attivo con la fuga o l'attacco. Ciò accade in quelle situazioni in cui si vive la percezione soggettiva di non avere via d’uscita. Spesso, infatti, si tende a parlare della paura come di qualcosa che blocca l’individuo da qualcosa che ritiene più grande di sé, e gli impedisce di fare un salto evolutivo, facendo sperimentare all’individuo una forte sensazione di impotenza. Sono comportamenti, reazioni che appaiono come una disperata richiesta del nostro corpo e della nostra mente a ricevere sicurezza e protezione. 

Dietro ad una nostra paura, per quanto inoffensiva o incontenibile sia, si nasconde una sua ragione d’essere: la paura svolge una precisa funzione, che affonda le sue origini nella storia personale di ognuno di noi. Le paure ci pongono inevitabilmente dinanzi alla necessità di compire dei salti evolutivi, e di fare delle scelte, e tutto questo fa sentire l’individuo non più al sicuro.

Vincere una paura non vuol dire cancellarla ignorandola, e neppure arrendersi impotenti ad essa. Piuttosto bisogna disporsi con uno stato d’animo aperto, avvicinare e osservare la paura con meno diffidenza e più interesse e curiosità. L’accettazione è il primo passo. Questo vuol dire non solo ammettere di avere paura, ma anche cercare di comprenderla, ascoltarla, e cercare di dare un significato al messaggio che porta con sé.

Con l’aiuto di un percorso psicoterapeutico, di un sostegno psicologico, si può uscire da questa sensazione di impotenza, e si possono costruire o rinforzare quegli aspetti fragili e vulnerabili di sé; inoltre, si possono sperimentare nuove strategie, e migliorare il proprio modo di vivere e affrontare le proprie paure. In questo modo, la paura diventa un potenziale strumento di crescita e d’evoluzione per ogni individuo che intende mettersi in gioco e trasformare quel blocco o quella fuga in capacità di ascoltare i propri bisogni fin’ora bloccati dalla paura.  

Dott.ssa Stefania Alfano 
Psicologa-Psicoterapeuta







martedì 1 luglio 2014

Idratiamoci a Tavola!

Con l’arrivo del grande caldo si sa, possono arrivare anche dei piccoli disturbi o malori dovuti all’ eccessiva e repentina perdita di liquidi corporei. Tra le categorie più a rischio, insieme agli anziani, ci sono bambini e donne in gravidanza, che più di tutti necessitano di liquidi in percentuali maggiori. Il nostro corpo è fatto di acqua ed ha bisogno di tanta acqua al giorno, il segreto per vivere meglio, per dare più luminosità alla pelle, per combattere la cellulite e, perché no, per perdere qualche chiletto di troppo è proprio quello di "abbeverare" il nostro corpo. 




Il consiglio sempre valido è innanzitutto quello di bere sempre almeno un litro e mezzo d’acqua al giorno, costantemente e lungo tutto l’arco della giornata. L’acqua ci depura e più ci fa bene, più ne beviamo più eliminiamo tossine. La bevanda migliore resta l’acqua possibilmente oligominerale e con residuo fisso sino a 200 mg/l. E’ consigliabile quindi, se non vi sono controindicazioni, consumare in abbondanza questi alimenti. E’ inoltre importante sottolineare che spesso i bambini non sono in grado di esprimere il loro bisogno di sete, per cui è compito dei genitori farli bere frequentemente, soprattutto d’estate nel corso dell’intera giornata, oltre che durante e dopo il gioco e l’attività sportiva. In alternativa all'acqua è possibile consumare tè e tisane naturalmente prive di calorie. I succhi di frutta, i centrifugati di verdura e i frullati sono un concentrato di vitamine e sali minerali e hanno il vantaggio di essere anche gustosi, ma attenzione vanno bevuti subito per non perdere preziose vitamine. Apportano un discreto numero di calorie quindi fate attenzione se siete in sovrappeso. Mangiare verdura e frutta che contengono un’alta percentuale di fibre e acqua, placa lo stimolo della fame, ci sazia prima e ci aiuta ancora di più. Da oggi, idratarsi mangiando deve essere il nostro impegno. Cominciamo consumando regolarmente zuppe, passati di verdura, thé, tisane, ortaggi e frutta contenenti molta acqua. In alcuni alimenti, la percentuale d’acqua arriva anche al 90% su100 grammi. Quindi abbondiamo di contorni a base di fagiolini, peperoni, cavolfiore, sedano, cipolle, verdura a foglia larga e insalata, finocchi, ravanelli, cetrioli, zucca, pomodori, zucchine, melanzane, ecc. e per frutta scegliamo agrumi in genere, cocomero, melone, ananas. Carote, carciofi, mele, pere, susine, albicocche, uva ne contengono il 70% circa, quindi benissimo anche questi ingredienti sulla nostra tavola per idratarci mangiando. Le ricette con questi alimenti sono veramente tante, cerchiamo sempre di condire poco, cuocere al vapore o alla griglia quando possibile e spazio alla fantasia. Se siamo costanti, se non dimentichiamo di bere, ricordandoci magari di portarci dietro una bottiglietta d’acqua in borsa, la pelle ci ringrazierà e si cominceranno a vedere presto gli effetti di luminosità e anche la cellulite piano piano diminuirà. Bere molto aiuta a completare l’azione depurativa dell’alimentazione corretta.


Dott.ssa Mariacarmela Guerrera
Biologa Nutrizionista