giovedì 11 dicembre 2014

La costruzione del legame di coppia: perché ci si sceglie?

L’amore è un impulso potente che spinge due persone a legarsi, e può essere visto come il frutto dell’evoluzione e della selezione naturale e, pertanto, può essere assimilabile all’amore che lega il bambino alla madre. Questo non significa che si ama il proprio partner come se questi fosse la propria madre, ma che esistono delle somiglianze sostanziali fra i due legami a tal punto che nella sua struttura universale, il rapporto madre-bambino può essere utilizzato per capire la complessità del legame d’amore fra gli adulti.
 Il legame madre-bambino è complementare, in quanto c’è un piccolo che chiede aiuto di fronte ad un pericolo, a seguito dell’attivazione del suo sistema di attaccamento; dall’altra parte, c’è un adulto che dà cure perché si attiva il suo sistema di accudimento nei confronti di chi chiede aiuto. 
Il legame di coppia, invece, è un rapporto caratterizzato dalla reciprocità, che a differenza del primo, a secondo delle situazioni, attiva sia il sistema dell’attaccamento sia dell’accudimento (Attili G., 2004). Infatti, le componenti fondamentali che caratterizzano la relazione di coppia come legame di attaccamento sano, sono simili alle componenti del legame madre-bambino: mantenimento del contatto, rifugio sicuro, il bisogno di sentirsi rassicurati e confortati dal partner, base sicura quando il partner è percepito come disponibile in caso di necessità e ansia da separazione quando il partner è assente.
Nel momento in cui c’è una distorsione in entrambi i tipi di legame, per esempio è la madre a chiedere aiuto e non capisce i bisogni del bambino, oppure il partner non assolve le funzioni di sicurezza e protezione (es. un tradimento), la relazione diventa patologica e patogena.

Quali sono le fasi che caratterizzano il legame di coppia?
La prima fase è caratterizzata dal desiderio e dall’attrazione: la coppia sperimenta un “delirio passionale” o “simbiosi”, durante il quale l’idealizzazione del partner è estrema, si pensa a lui come l’anima gemella ed è l’oggetto che soddisfa ogni desiderio. Si è molto egoisti rispetto ai propri bisogni che hanno la precedenza sul resto e che, comunque, sembrano essere totalmente appagati dall’altro. Questa prima fase si interrompe, per favorirne il passaggio ad una nuova, caratterizzata da conflitti, da ambiguità e da ricerca della differenzazione, inoltre, si manifestano le primi crisi d’ansia utili per lo scioglimento della simbiosi. Questa fase corrisponde al periodo della contro-dipendenza, della disillusione, della sofferenza dovuta alla scissione tra l’ideale e il reale, nascono i primi sintomi di incompatibilità e si comincia a pensare alla necessità di creare una giusta distanza. Una buona elaborazione di questa fase ne permette il passaggio alla successiva.
L’indipendenza caratterizza la terza fase. Si tratta di un periodo di sperimentazione, la coppia sente l’esigenza di uscire dal nucleo a due e di esplorare l’esterno. E’ forse il periodo più problematico e pressante dal punto di vista conflittuale; si presentano litigi e crisi emozionali legate all’alternarsi di rimpianti e speranze.
L’ultima fase dell’interdipendenza si basa sull’accettazione dell’integrazione di un legame imperfetto: i partner giungendo alla consapevolezza che l’altro possa essere imperfetto e che la scelta del partner è indubbiamente collegata ai modelli di attaccamento appresi nel tempo, attuano un processo di riavvicinamento che permette loro di acquisire una costanza dell’oggetto d’amore che travalica i conflitti e permette il riaccendersi del desiderio (Mahler M.,1968).
I processi di separazione e individuazione giocano, quindi, un ruolo fondamentale nella costruzione della coppia. Ed è a quel punto che ogni partner porta nella relazione i propri modelli operativi interni, gli schemi cognitivi, e le rappresentazioni di sé e degli altri e i suoi miti. La scelta del partner può, quindi, essere considerata come espressio­ne di questa struttura che, come i miti, si costruisce, si modifica nel tem­po e viene a collocarsi den­tro una serie di rapporti in continua evoluzione, in cui si creano sem­pre nuove connessioni o divergenze rispetto al significato originario. La decisione iniziale apparentemente spontanea e libera, non ‘ragionata’, acquista un senso solo alla luce di quello che accade in segui­to e dall'intreccio tra i miti dell’uno e dell’altro (Angelo C., 1999). Quando il mito è rigido, non evolutivo, incapace di adattarsi alle trasformazioni delle fasi del ciclo vitale, si crea un rimescolamento di “infedeltà irrisolte”, di prescrizioni familiari implicite, di attese, di idealizzazioni di sé, del partner e della relazione, e la coppia si avvia verso una fase di “stallo”.  Possiamo considerare lo stallo e le difficoltà di coppia, non solo come momenti di crisi e di difficoltà ma anche come “sforzi riparativi per correggere, controllare, cancellare e difendersi da storie disturbanti appartenenti alle famiglie d’origine”. La maggior parte delle persone non “vede” il partner per quello che esso è, ma viene caricato da aspetti appartenenti al proprio passato, a quelli della propria famiglia d’origine e da aspetti scissi di sé (Framo, 1999). 

La coppia verrebbe ad essere imprigionata in una spirale d’incomprensioni e fraintendimenti in cui le rotture delle comunicazioni affettive non sono seguite da processi di riparazione. Essere “interdipendenti”, in questo contesto, significa che gli stati della mente dei due individui si influenzano reciprocamente però in senso negativo (Siegel, 2001). Gli aspetti che portano non alle incomprensioni, ma alla rottura del legame di coppia, sono da situare all’ultimo stadio di questo continuum, e vanno ricercati nei contesti relazionali traumatici, all’interno dei quali, i rispettivi partner hanno appreso o la sfiducia nell’altro (es. un genitore imprevedibile) o la paura dell’intimità affettiva (oscillando tra la ricerca di vicinanza e di separazione), oppure comportamenti inappropriati di controllo della relazione (Liotti, Farina, 2011). Questo apprendimento, all’interno della relazione di coppia disfunzionale, viene riproposto attraverso schemi ripetitivi e rigidi come la svalutazione, la disconferma, e la ridicolizzazione. Ne viene fuori una situazione paradossale, in cui il partner prova dolore per queste modalità e contemporaneamente è costretto a chiedere aiuto a colui che la infligge. 

L’obiettivo di una psicoterapia di coppia,  è quello di aiutare la relazione a superare l’impasse. Lo scopo diventa quello di riparare le ferite di attaccamento offrendo, all'interno del percorso terapeutico, una esperienza tangibile di disponibilità, empatia e affidabilità. La coppia, sciogliendo le proprie difese, può recuperare la fiducia e avviare un sano funzionamento. 

Stefania Alfano, Angela Funaro, Iole Martino
Estratto dall'articolo pubblicato sulla rivista Psicologi Calabria


lunedì 13 ottobre 2014

Colori & Sapori d'Autunno

Con l'arrivo dell'autunno, scegliamo un'alimentazione equilirata sfruttando al meglio frutta e verdure di stagione.

L'autunno è appena iniziato, le giornate si accorciano e il freddo inizia ad arrivare, facendo crescere la voglia di alimenti dannosi per la linea (come i dolci ad esempio) verso i quali solitamente si è attratti con l’avvicinarsi del freddo. L’organismo, infatti, produce melatonina che crea un forte bisogno di carboidrati e zuccheri a tutto svantaggio del fegato, in primis, e del colesterolo “buono”.

E' importante quindi organizzarsi per seguire un'alimentazione equilibrata, sfruttando al meglio frutta e verdure di stagione colorate, ricche di vitamine e antiossidanti che aiutano a proteggere l'organismo, riempiono lo stomaco e soddisfano il palato, ma soprattutto che prevengano i mali di stagione.



Le mele sono le protagoniste assolute: ricche di fibre e povere di calorie, proteggono l’organismo dal rischio di tumori e malattie cardiovascolari. Le pere, invece, sono perfette per combattere l’azione acidificante legata al consumo di alimenti di origine animale, e sono un vero e proprio concentrato di salute: contengono l’85% di acqua, il 9% di zuccheri (per lo più fruttosio), fibre, potassio, vitamine e flavonoidi. L'uva ha componenti antiossidanti, risulta avere proprietà antitumorali, antinfiammatorie e protettive dell’apparato cardiovascolare, mentre i semi esercitano un’azione cardio e neuroprotettiva (nonché lassativa). Autunno è anche sinonimo di funghi con il loro basso contenuto calorico (solo 20 calorie per 100 grammi), e consistente apporto di fibre (ecco spiegato il senso di sazietà dopo averli mangiati!) e all’alto contenuto proteico.

Serve
inoltre individuare le verdure che l'autunno ci offre e valutare se acquistarle fresche o surgelate considerando il tempo che si ha a disposizione per cucinarle, in entrambi i casi avremo una buona percentuale di elementi nutritivi.
La stagione autunnale offre varie tipologie di vegetali come zucca, barbabietola, broccolo, cavolo cappuccio, funghi, cavolfiori, cavoli, cavolini di Bruxelles, porri, finocchi, bietole a coste, indivia belga, rapa e altre ancora, particolarmente versatili e gustose.

Una volta individuate le verdure che soddisfano maggiormente, il consiglio è di mangiarne due o tre porzioni al giorno cercando di variare il più possibile, ad esempio cambiando colore ad ogni pasto. Senza dubbio la vostra linea ne trarrà giovamento in quanto le verdure aiutano a riempire lo stomaco tenendo lontana la fame. Se poi si scelgono vegetali dolci come la zucca, si soddisfa il palato senza esagerare con le calorie.

Ogni colore ha proprietà differenti e perciò utilissime al nostro organismo, soprattutto in questa stagione di passaggio nella quale ci si deve adattare piano piano al clima freddo. Via libera perciò alla fantasia con ricette di ogni tipo, ad esempio sformati, verdure gratinate al forno, vellutate e creme, lasagne vegetariane, pasta condita con verdure saltate, polpette vegetali, ecc. .

Per un autunno all’insegna di benessere e salute è bene che questi alimenti siano i protagonisti della dieta quotidiana, che come sempre dovrà essere bilanciata e personalizzata. Con un occhio all’ attività fisica, naturalmente!
Per concludere ricordate che le buone abitudini si imparano da bambini, perciò se siete genitori, insegnanti o nonni stimolate i vostri bimbi cercando al supermercato o nel frigorifero verdure di colori diversi e cucinate con loro, poco alla volta mangiare verdure diventerà un bel gioco!

Dott.ssa Guerrera Mariacarmela

Biologa Nutrizionista

giovedì 2 ottobre 2014

Cosa mettere nello zainetto?!

Con l'autunno appena arrivato, adulti e bambini, ritornano alle loro care abitudini e alle regole che scandiscono le giornate, ignorate durante le vacanze. Per i nostri piccoli le vacanze rappresentano spesso l’assenza di regole anche dal punto di vista alimentare: si svegliano più tardi, spesso saltando la colazione e la merenda, consumano più fuori-pasto e pranzano e cenano con orari molto diversi dal solito.
Ed eccoci qui, al ritorno a scuola, e ai famosi e tanto raccomandati 5 pasti giornalieri.

La merenda è anch’essa un pasto fondamentale per la giornata alimentare del bambino, in quanto serve da “spezza-fame” ed evita che le ore di digiuno tra la colazione o, per chi malauguratamente non la fa, la cena della sera precedente e il pranzo, o tra il pranzo e la cena diventino eccessive, portando ad avere una gran fame al pasto successivo e ad alimentarsi in modo quantitativamente e qualitativamente scorretti.
Dato il suo ruolo di “spezza-fame”, la merenda non dovrebbe fornire troppe calorie, giusto il 5-10% di quelle che il bambino, in base alla sua età e sesso, dovrebbe consumare nell’intera giornata. Per la maggior parte dell’età pediatrica diciamo che siamo sull’ordine delle 70-100 kcal.


Ma, pur essendo così importante, la merenda difficilmente viene gestita correttamente dagli adulti, che tendono spesso o a sottostimarla, facendola così anche saltare spesso ai bambini, vuoi per una sorta di recupero calorico, vuoi dandosi la giustificazione che il bambino non ne sente la necessità; o, viceversa, a sovrastimarla, fornendo alimenti o porzioni molto più vicine a quelle di un pasto. La merenda non deve determinare un eccessivo introito di calorie, zuccheri e grassi saturi, altrimenti si finisce per saziare troppo il bambino, facendogli saltare il pranzo e/o la cena e alterando i ritmi alimentari della sua giornata.
Per cui bisogna aiutare i nostri bambini a consumare una merenda corretta dal punto di vista nutrizionale, ma cosa scegliere per l’intervallo dei più piccoli?
L’ora della merenda dei bambini si sa, può essere molto rischiosa in quanto è un momento nel quale di solito l’appetito sale e crescono le tentazioni di snack, merendine ipercaloriche, zeppe di grassi saturi, coloranti e conservanti.
Il modo più semplice per evitare questi rischi è quello di giocare d’anticipo e attrezzarsi per invogliare i bambini, anche nell'ora dello spuntino, a scegliere un’alimentazione sana e nutriente come ad esempio le merende preparate in casa.
Ecco qualche consiglio utile su come organizzare la merenda dei bambini a scuola in maniera sana e genuina.

Nutrire i bambini in maniera sana non significa escludere completamente i dolci dalla loro alimentazione. L’importante è ridurre al minimo il consumo di merendine confezionate e sostituirle con un dolce preparato in casa con ingredienti genuini e senza conservanti.
Un' alternativa dolce e golosa per la merenda dei bambini a scuola è anche una bella fetta di pane e marmellata. Un’idea semplice e classica ma anche sana e genuina soprattutto se la marmellata la preparate in casa con la frutta di stagione.

I bambini si sa, non amano particolarmente la frutta. Per far apprezzare loro mele, arance, mandarini, melone, uva e così via, il segreto è presentarla loro sotto forme creative e fantasiose.
In alternativa alla frutta fresca riempite un piccolo contenitore ermetico con un po’ di frutta secca, uva passa, mandorle, noci e nocciole: l’importante è verificare prima con il pediatra che i piccoli non siano allergici a tali alimenti e non esagerate con le quantità.

Infine, la merenda più classica in assoluto: il panino imbottito; per una merenda sana e nutriente, provate a camuffare la lattuga con il formaggio o il tipo di affettato che il bimbo preferisce. Un' altra scelta è uno yogurt bianco, cremoso o alla frutta a cui accompagnare una buona manciata di cereali.

Serve non sovrastimare il consumo energeticodato da un’ora di sport, valutando criticamente il tempo che realmente viene passato in attività di movimento ( e se ci fate caso, spesso equivale a circa mezz’ora, decisamente non molto!).
Non è necessartio compensare con la merenda pomeridiana il mancato pranzo, perché in questo modo sosterremo il bambino nel suo rifiuto della mensa scolastica; invece, con fermezza, invitiamolo a consumare o almeno assaggiare il pranzo, e non cediamo alle proteste di aver fame all’uscita di scuola: il pranzo lo aveva a disposizione, se lo ha rifiutato, la prossima volta non lo farà!


E' molto importante abituare i bimbi a non mangiare sempre gli stessi cibi, ma soprattutto offrire loro delle valide alternative alle merendine confezionate, quando frequentano la scuola: innanzi tutto per motivi di salute (l'obesità tra i bimbi cresce in modo preoccupante), ma anche perchè occorre fornire loro la giusta energia per lo studio. 

Dott.ssa Guerrera Mariacarmela
Biologa Nutrizionista

domenica 21 settembre 2014

Shiatsu e Parkinson

Lo Shiatsu si esegue con pressioni manuali su tutto il corpo. Il suo scopo è quello di ristabilire l’armonia del flusso dell’energia vitale nonché di stimolare le funzioni degli organi della persona, aiutandola a sostenere e attivarne i processi vitali, condizioni indispensabili per poter conquistare e mantenere uno stato di benessere e rilassamento sia fisico che mentale.
Dalla pratica è emerso che il trattamento ha effetti immediati su vari livelli, nelle persone con Parkinson. Si arriva quasi sempre a un buon rilassamento generale, accompagnato da una sensazione di scioltezza e di maggiore stabilità, una postura visibilmente più eretta, miglioramento delle affezioni dolorose. L’umore migliora, le persone si sentono più sollevate, sorridenti e più serene.
Il dialogo con l’operatore all’ inizio e alla fine del trattamento, la possibilità di aprirsi, parlare di sé e di essere ascoltati e accolti, costituiscono un’occasione importante che interrompe l’isolamento in cui la persona si trova, dovuto alla sua condizione di ammalato. L’energia vitale della persona risulta riattivata sia a livello fisico che psichico. La sensazione di benessere, accompagnata da una sensazione di maggiore scioltezza nei movimenti, miglioramento del sonno e della autonomia nei movimenti, continua anche per uno o due giorni dopo il trattamento.

Angela Scognamiglio
Insegnante Shiatsu 

domenica 14 settembre 2014

L'ALTRO COME PROSSIMO: DALLA RELAZIONE-LEGAME ALLA RELAZIONE DI CONTIGUITA'

Le figure dell'Alterità come limite, concorrente, origine e destino si concretizzano all'interno di uno scenario che è la relazione, il legame. La relazione è quel legame emotivo che influenza il comportamento. Abbiamo una relazione quando l'Altro "altera" il comportamento che avremmo avuto se non fosse entrato nel nostro orizzonte, e quando a nostra volta siamo l'Altro per l'Altro.
La relazione così intesa è un punto di un cerchio comprendente libertà, differenza-pluralità e realismo. Il cerchio è una forma ricorsiva senza un punto di inizio-fine, e dove ogni punto è insieme causa ed effetto di ogni altro.
La libertà è quella di attuare il possibile, concedere all'Altro ed a sé il potere di essere un punto di cambiamento, accettare che la relazione possa dirottare la vita. La differenza-pluralità è concepire la relazione come incontro fra diversità, interpersonali ed intrapsichiche. Il realismo è l'importanza del soggetto vero, concreto, carnale rispetto al soggetto ideale, astratto, generale.
Cosa accade se la relazione assume una forma "puntuale", ad arcipelago, in cui i soggetti non si influenzano ma sono semplicemente "prossimi"? E' frequente oggi sentir parlare di incontro e relazione anche per situazioni di questo tipo. Per esempio, si dice che i fedeli "incontrano" il Papa, quando diecimila persone stanno sulla piazza di S. Pietro sotto la finestra del Pontefice. Si chiamano "colleghi" coloro che fanno lo stesso tipo di lavoro, anche se non si sono mai parlati. Si chiamano "compagni" quelli che militano nello stesso partito o fanno lo stesso corteo. Partecipare allo stesso concerto della rock star di turno, fa sentire "vicini" i presenti. Come "prossimi" si sentono quelli che assistono insieme allo stesso struggente tramonto.
Spesso si usano termini come "relazione e "Altro" in quelle situazioni in cui esiste solo una "contemporaneità emozionale". Avere emozioni simili sembra sufficiente per definire la relazione. Questa relazione non è un legame, si scioglie allontanandosi, né implica influenza reciproca o cambiamento. La figura prevalente qui non è il cerchio, ma l'insieme di punti inseriti in uno stesso "campo" spazio-temporale. Anzi, spesso basta lo stesso "campo" psicologico, cioè il vissuto di contiguità e prossimità, a prescindere dalle variabili spazio-temporali. Ci possiamo sentire in prossimità coi trapassati, ma anche con soggetti lontani che non abbiamo mai visto.
Il passaggio dalla relazione-legame alla relazione-prossimità è caratterizzato da tre elementi.
Uno è la sostituzione della dimensione reale alla dimensione ideale. Abbiamo sempre meno relazioni fra persone e sempre più relazioni fra idee. Solidarizziamo coi "disabili", senza avere alcun legame con l'anziana in carrozzina del piano di sotto. Manifestiamo per i diritti umani delle donne islamiche, senza necessariamente portare rispetto per le donne che lavorano nel nostro ufficio.
Un altro elemento è il prevalere dei valori simile-singolare sui valori differente-plurale. E' "prossimo" chi sentiamo simile, e le relazioni di similarità corrispondono ad una concezione interpersonale e intrapsichica come mono-dimensionale.
Il terzo elemento è il determinismo, contrapposto alla libertà. Le relazioni di prossimità danno conferme, senza cambiare. Rassicurano, facendo prevalere la ripetizione e l'eco sulla variazione o la biforcazione.







Il passaggio dalle relazioni-legame alle relazioni di prossimità/contiguità è insieme effetto e causa di numerosi fenomeni che interessano la vita quotidiana attuale. Il primo è che diminuiscono le relazioni totali a favore di quelle parziali. Stiamo sostituendo le relazioni intime, profonde e polidimensionali con relazioni di superficie e monodimesionali. Le relazioni per "fare insieme" prendono il posto delle "relazioni per essere-stare insieme". Sempre meno legami riescono a soddisfare la pluralità dei nostri bisogni. L'urgenza dei quali viene soddisfatta moltiplicando gli ambienti che attraversiamo. Questo offre una spiegazione della ansiosa mancanza di tempo che sembra colpire tutti, malgrado il tempo di lavoro sia mediamente diminuito. Quasi tutti lavorano -salvo alcune minoranze- meno, e quasi tutti hanno meno tempo. Il fatto è che molti, di fronte alla diminuzione delle relazioni-legame, cercano di sostituirle con situazioni di prossimità che vengono moltiplicate: abbiamo "vicini" che condividono con noi le esperienze di fitness, "prossimi" con cui balliamo, contigui che vivono un viaggio con noi, simili con cui abbiamo idee uguali. Rincorriamo una miriade di figure di prossimità, per sostituire le relazioni-legame che non siamo più in grado di, o vogliamo sempre meno, intrecciare.


Dott.ssa Giuseppina D'Auria
Pedagogista 

lunedì 1 settembre 2014

La costruzione del Sé

E’ all’interno della famiglia che ciascuno sviluppa il senso di sé, come individuo autonomo che appartiene e può dipendere da un certo gruppo. 
La famiglia d’origine ha un ruolo essenziale nello sviluppo del sè e dell’individuazione. Infatti, alcuni aspetti della nostra personalità vengono rinforzati, altri aspetti, invece, vengono scoraggiati, mentre altri limitati. L'aria che il bambino respira nel suo ambiente familiare porta alla strutturazione di elementi della personalità, del suo carattere, e del suo essere nel mondo. Grande influenza hanno anche i messaggi non verbali, comportamentali e gestuali; il bambino osserva e registra quotidianamente le azioni dei genitori, e, soprattutto, nei casi di incongruenza tra parole e fatti, tenta di dare un significato a quello che vede intorno a sé.
Le relazioni familiari contengono, intessute tra loro, le caratteristiche della sicurezza del legame di attaccamento e dell’intersoggettività. All’interno della relazione si promuove un senso di sicurezza, ognuno conosce/è conosciuto, sente/viene sentito, percepisce/è percepito, dà/riceve in modo che ognuno di queste diadi genera, alla presenza dell’altro, un senso di sicurezza psicologica crescente (Huges, 2007).
L’attaccamento è  un sistema che regola prima di tutto la quotidianità, non ha a che fare con il verbale, è  una procedura comportamentale, è qualcosa che guida il comportamento, è qualcosa ci fa avvicinare a qualcuno che giudichiamo in grado di darci una mano nel momento di difficoltà, una figura protettiva: la figura di attaccamento. Questo avviene in situazioni in cui c’è qualche cosa che ci fa percepire un abbassamento delle condizioni di sicurezza, e noi non ci sentiamo più al sicuro: c’è la sensazione di pericolo e mi avvicino a qualcuno che mi possa proteggere, aiutare, confortare. Quando non ci sentiamo al sicuro emergono precise emozioni che fanno parte di questa  quotidianità; fra queste emozioni prima di tutto c’è la paura in quanto è l’emozione base di attivazione del sistema di attaccamento, la paura come percezione di pericolo.
Il caregiver deve occuparsi della regolazione affettiva del bambino (Taylor et al. 2000), ossia deve fornire risposte adeguate ai suoi stati di attivazione emotiva, soprattutto quando si attiva la paura, anche attribuendo a questi un preciso significato. Questo perché, in un primo momento, il bambino,  non è capace di comprendere e far fronte autonomamente agli stimoli emotivi, o almeno a quelli che superano la sua “finestra di tolleranza” (Siegel 1999), ovvero quelli che risultano essere eccessivamente intensi rispetto alle sue risorse e capacità.
Dall’holding (sostegno) materno, inoltre, deriva l’abilità di tenere se stessi nella propria mente, ovvero, la capacità di autoriflessione e la possibilità di concepire se stessi e gli altri come persone che hanno una mente.  Il Sé si costruisce attraverso il linguaggio e l'azione, consentendo all'individuo di autopercepirsi come un' entità dotata di rilevanza sociale e di assumere il punto di vista dell' altro come criterio per la propria condotta: “Nel corso di questo processo il bambino  diventa gradatamente un essere sociale nella sua stessa esperienza, e agisce verso se stesso in modo analogo a come agisce verso gli altri, e sviluppando questa conversazione nel proprio foro interiore, dà vita a quel campo che è chiamato mente” (Mead,1934).
Quello che l’individuo sviluppa e si porta dentro è una mappa di come vede e percepisce se stesso, gli altri e le sue relazioni. Secondo le parole stesse di Bowlby, “Ogni individuo costruisce modelli  operativi del mondo e di se stesso in esso, con l’aiuto dei quali percepisce gli avvenimenti, prevede il futuro e costruisce i suoi programmi. Nel modello operativo del mondo che  ognuno si costruisce, una caratteristica chiave è la nozione che abbiamo di chi siano le figure di attaccamento, di dove possano essere trovate e di come ci si può aspettare che rispondano. Similmente, nel modello operativo di se stessi che ognuno di noi si costruisce, una caratteristica chiave è la nostra nozione di quanto accettabili o inaccettabili noi siamo agli occhi delle nostre figure di attaccamento” (Bowlby, 1973). 

Dott.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta