domenica 12 aprile 2015
Ansia da separazione
La
separazione è un evento che provoca diverse e forti emozioni a qualsiasi età
questa avvenga.
Ma quando si è piccoli, quando ancora non si è in grado di
elaborare in maniera adeguata il perché la mamma ci ha “lasciato” a scuola o il
perché un padre o una madre ci “hanno lasciato” a casa di un’amica, o in
palestra, questo evento può diventare insuperabile e carico di ansia.
Ed ecco
che ci troviamo a fare i conti con il pianto inconsolabile del bambino, con
l’aggrapparsi alla gamba del genitore nel momento in cui deve lasciarlo a
scuola, e con quel senso di impotenza sperimentato dai genitori ogni volta che devono separarsi dal
bambino. Tutto questo chiama in causa la relazione di attaccamento.
Dalla letteratura sappiamo che l’attaccamento è un sistema comportamentale appreso; è qualcosa che ci fa avvicinare a qualcuno quando abbiamo bisogno di superare una difficoltà o quando abbiamo bisogno di essere consolati. L’emozione base di attivazione del sistema di attaccamento è la paura; un paura intesa, come quando ci sentiamo in forte pericolo. Pertanto, il nostro sistema di attaccamento si attiva ogni volta che viviamo situazioni in cui proviamo paura. Se un bambino prova paura, si farà aiutare da uno dei genitori o da un adulto di riferimento, se i genitori, in particolare la madre, sarà in grado di rispondere al suo bisogno allora il bambino sarà in grado di esplorare, di allontanarsi e saprà che ogni qual volta avrà bisogno di aiuto ci sarà qualcuno che si prenderà cura di lui, si sentirà sicuro e al sicuro. Bowbly sottolineava che “sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato”, il bambino svilupperà una base sicura dove ritornare ogni qual volta si sentirà in pericolo.
Cosa
accade, invece, se si vive una situazione come se ci fosse un pericolo, se si
prova paura di qualcosa, se si chiede aiuto e non c’è nessuno che può aiutarci?
Si ha paura, si prova ansia, si piange. Il sistema di attaccamento ha appreso l’imprevedibilità
della risposta della figura di accudimento nei confronti di una risposta ai
nostri bisogni. La non risposta a quei bisogni, l’inadeguatezza delle risposte
di accudimento, lasciano il bambino in uno stato di insicurezza e di impotenza. Pertanto, alla separazione rispondono con una forte ansia, con rabbia o ancora con un
freddo distacco. Questa rottura dei legami d’attaccamento o questa profonda trascuratezza,
può determinare delle conseguenze che rendono inadeguata sia la capacità di
regolare l’affettività, sia la capacità di utilizzare le relazioni
interpersonali per la modulazione degli stati affettivi interni.
Le
esperienze di attaccamento nell’infanzia influenzano lo stile di personalità e
di relazione nell’età adulta. Il bambino costruisce delle rappresentazioni di
sé e della figura di attaccamento chiamate Modelli Operativi Interni (MOI). I
MOI contengono la rappresentazione di sé e del caregiver nelle relazioni di
attaccamento, organizzano pensieri e ricordi, e guidano i comportamenti futuri
di attaccamento. Bambini che hanno sviluppato una forte ansia da separazione
che difficilmente è stata contenuta, spesso diventano adulti ansiosi, insicuri,
con convinzioni su di sé tipo “Io non sono amato”, “Io sono vulnerabile”, accompagnate
con la paura costante di essere abbandonati, traditi e non ascoltati.
Dott.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta
lunedì 9 marzo 2015
Giornata di Prevenzione sui Disturbi del Comportamento Alimentare
Giornata_di_Prevenzione
sui Disturbi_del_Comportamento_Alimentare
La Dott.ssa Alfano e la Dott.ssa Guerrera ,in occasione della Giornata_Nazionale_del_Fiocchetto_Lilla , saranno a Vostra Disposizione per una Consulenza_Psicologica e/o Consulenza_Nutrizionale Gratuita.
sui Disturbi_del_Comportamento_Alimentare
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Prenota la Tua Consulenza dal 06_Marzo al 15_Marzo :
Dottssa_Guerrera_Mariacarmela
Biologa_Nutrizionista : 349_75_43_395
Dottssa_Guerrera_Mariacarmela
Biologa_Nutrizionista : 349_75_43_395
Dott.ssa Stefania Alfano Psicologa Psicoterapeuta
Psicologa Psicoterapeuta : 327 - 67 89 179
Psicologa Psicoterapeuta : 327 - 67 89 179
"A volte è difficile fare la scelta giusta perché
o sei roso dai morsi della coscienza
o da quelli della fame. "
o sei roso dai morsi della coscienza
o da quelli della fame. "
venerdì 27 febbraio 2015
Il funzionamento sociale negativo: l’aggressività nei bambini.
Per funzionamento sociale negativo nei
bambini in età scolare, si fa riferimento a tutte quelle manifestazioni verbali e non
verbali di aggressività, come la sottrazione di oggetti, il rifiuto a cooperare
e la interferenza distruttiva nelle attività altrui. L’aggressività può
assumere molte forme: può essere esercitata in gruppo o individualmente, essere
accompagnata da forti emozioni o messa in atto freddamente, o può essere
selettivamente diretta o indiscriminata.
L’aggressività diventa espressione di un’organizzazione emotiva scarsamente integrata e coerente, e diventa una strategia disfunzionale per la soluzione dei problemi sociali e relazionali.
L’aggressività diventa espressione di un’organizzazione emotiva scarsamente integrata e coerente, e diventa una strategia disfunzionale per la soluzione dei problemi sociali e relazionali.
Forti predittori per l’aggressività
impulsiva, sono la suscettibilità emotiva e l’irritabilità. A tal proposito,
numerose ricerche hanno, da tempo, indicato nell’irritabilità, nell’instabilità
emotiva e nell’impulsività, le variabili fondamentali in grado di svolgere un
ruolo significativo nel mediare il nesso tra frustrazione-aggressività. Di
fronte a situazioni che comportano una certa frustrazione, i soggetti più
impulsivi, più irritabili, ed emotivamente instabili evidenziano una spiccata
tendenza ad attuare forme di comportamento aggressivo. La collera,
l’irritazione e la rabbia, costituiscono stati emotivi che facilitano il ricorso
all’aggressività, tanto che tali stati sono stati indicati come significativi
istigatori della condotta aggressiva.
L’intenzione di danneggiare è un aspetto essenziale
per etichettare un comportamento come aggressivo. A tal proposito, è importante
sottolineare come, da alcune ricerche, i bambini aggressivi, in generale,
attribuiscano intenzionalità o ostilità ad un atto ambiguo, a differenza di
bambini meno aggressivi, che reputano un atto come meno accidentale. I bambini
aggressivi, da alcune ricerche, risultano avere una distorsione nella
percezione delle informazioni, e in situazioni ambigue, si lasciano condurre da
credenze pregiudiziali (es. la reputazione che ha un bambino). I bambini “a
rischio” (al contrario di bambini “ben adattati”), sono bambini che mostrano
più instabilità emotiva, hanno punteggi alti di aggressione verbale e fisica, e si mostrano più incerti
nell’indicare la reazione emotiva che generalmente si associa alla attribuzione
di determinate cause, assegnano maggior importanza a strategie coercitive,
tendono ad essere meno scelti e più rifiutati dal gruppo. In generale, si
parla di “grammatica sociale”, ossia quell’insieme di regole condivise
che definiscono come ci si deve comportare e come è ragionevole aspettarsi che
gli altri si comportino. In base a questo, si sostiene che, i bambini “a
rischio”, siano bambini “sgrammaticati”: conoscono la lingua ma non è del tutto
appropriato l’uso che ne fanno.
Nei primi anni di vita, l’aggressività è
legata soprattutto alle ancora limitate abilità sociali del bambino di
interagire con l’altro. Le prime manifestazioni aggressive sono indifferenziate
e immediate, e passano per il corpo; un’altra forma di aggressività che si può
osservare in tenera età, è quella sul conflitto degli oggetti (es. sottrarre un
oggetto). Tuttavia, si tratta di una aggressività caratterizzata dalla non
intenzionalità di arrecare danno all’altro, ma è imputabile al tentativo del
bambino di agire sulla realtà per modificarla in modo immediato.
In seguito, i bambini apprendono che un
tipo di aggressività fisica non è più accettabile, e sviluppano gerarchie di
dominanza che servono a regolare le interazioni sociali. Attraverso lo sviluppo
delle capacità di simbolizzazione e l’acquisizione della capacità verbale, il
bambino può “colpire” indirettamente l’avversario tramite il linguaggio,
insultando o prendendo in giro l’altro. Man mano che aumentano gli strumenti
linguistici e sociali a sua disposizione, il bambino adotta strategie come la
derisione e l’offesa. La natura che il comportamento aggressivo assume
all’interno delle relazioni interpersonali cambia, e diventa sempre più
intenzionale e rivolto ad attaccare e danneggiare l’altro.
L’aggressività, mano a mano che i
bambini crescono, sembra essere utilizzata in modo differente. Il crescente
coinvolgimento cognitivo, porta con sé un maggior controllo del comportamento,
aumentano le possibilità di inibire gli impulsi primitivi sebbene aumenti anche
la capacità di pianificare deliberatamente l’azione aggressiva e di renderla
efficace.
Diverse ricerche hanno studiato la relazione tra aggressività, attaccamento e funzionamento sociale. Da queste ricerche emerge che i bambini aggressivi hanno un attaccamento meno sicuro e mostrano un basso grado di orientamento prosociale.
La riduzione del comportamento aggressivo passa inevitabilmente
attraverso l’acquisizione degli “strumenti” necessari a fronteggiare la propria
impulsività. Imparare a controllare e a gestire l’impulsività costituisce un
significativo progresso nella competenza sociale. La capacità di regolare le
proprie emozioni (in particolare la rabbia) è una componente decisiva della
genesi e della dinamica delle condotte aggressive.
Dott.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta
martedì 13 gennaio 2015
Come gestire la rabbia?
La
rabbia è naturale e salutare, tuttavia è una potente emozione che spaventa.
Uno
degli aspetti più difficile della rabbia, è la sua intensità; una grande energia viene generata nel corpo e le sensazioni
fisiche prodotte sono molto potenti e ci travolgono.
La
rabbia è un'emozione innata, concepita per sostenerci in situazioni di
minaccia e di pericolo. È del tutto normale reagire con rabbia quando sentiamo che dobbiamo proteggerci e distanziarci da qualcuno ci ha intenzionalmente fatto del male. È
un’emozione che guida il comportamento, ma non è un comportamento in sé; non è
pericolosa, né cattiva, fa parte della nostra vita, ma è
come si affronta la rabbia, che la rende adattiva o meno.
Tuttavia
quando la nostra rabbia irrisolta diventa cronica, quando è stata trattenuta per
lunghi periodi o al contrario è un rabbia incontrollata, che viene espressa in maniera distruttiva
verso se stessi o gli altri, allora diventa un ostacolo per le relazioni. In questi casi, la rabbia, nel presente, è
quasi sempre intensificata e mescolata con quella passata che non è stata risolta ed espressa, in quanto, alcune situazioni nel presente vengono
interpretate o percepite dal punto di vista del passato. Un primo passo
potrebbe essere, quindi, imparare a distinguere se la nostra rabbia sia una risposta al
presente, al passato o ad entrambi, e se la sua intensità sia appropriata alla situazione che stiamo affrontando.
La
rabbia, a volte, può essere anche un sostituto di altre emozioni che sono più difficili
da sopportare e da gestire, come ad esempio la vergogna, la paura, il senso di colpa, il dolore; quando
la rabbia è una copertura per altre emozioni, una parte importante della sua
risoluzione sarà quella di accettare e di elaborare le emozioni sottostanti.
La rabbia, dunque, può tenere bloccate le persone, rendendole incapaci di trovare altri modi di gestire la rabbia e di raggiungere quello di cui, in quel momento, hanno bisogno. Molte persone hanno paura di esprimere la rabbia, ma, nello stesso tempo, pensano che l’unico modo di gestirla sia di “tirarla fuori” in qualsiasi modo. Si tratta, in tal caso, di mettere in atto le espressioni distruttive della rabbia, che comprendono fantasie o azioni di vendetta persistenti, fare del male a se stessi o agli altri, o, ancora,“tirarla fuori” su persone innocenti o animali, oppure distruggendo cose e relazioni. Esprimere intensamente la rabbia, fisicamente o verbalmente, può dare sollievo sul momento, ma, spesso, non serve a risolve la rabbia cronica, e non cambia il modo in cui la rabbia viene vissuta internamente. Questo non risolve la rabbia, ma, così facendo, questa emozione potrebbe addirittura aumentare.
Dunque, quali suggerimenti si possono dare per affrontare la rabbia? Ne riporto alcuni:
- ü La rabbia si manifesta in molte gradazioni, a partire da una lieve irritazione o inquietudine, alla rabbia vera e propria, fino alla collera. Prima riusciamo a fare queste distinzioni, diventando consapevoli anche di livelli tenui di rabbia, più facile sarà intervenire prima che la rabbia diventi travolgente.
- ü Imparare ad essere consapevoli dei segnali fisici di rabbia. Prestare attenzione alle sensazioni corporee può essere un modo molto efficace per capire se siamo arrabbiati.
- ü Non è sbagliato arrabbiarsi; ciò che è importante è il modo in cui si esprime. La rabbia ti aiuta ad ottenere ciò di cui hai bisogno senza far male a nessuno? Lo fai in modo rispettoso? Porta ad esperienze positive invece che ad esperienze negative?
- ü Notate se l’intensità della rabbia è appropriata alla situazione.
- ü Trovate dei modi creativi e non verbali per esprimere la rabbia.
- ü L’esercizio fisico può aiutare come sfogo all’energia fisica generata in modo fisiologico dalla rabbia.
- ü Riflettere sulla rabbia, provare a capirla invece che sentirla solamente.
- ü Prendete una pausa: ad esempio andare via da una situazione se sentiamo che ci stiamo arrabbiando troppo.
- ü La rabbia, come tutte le emozioni, ha un esordio, un culmine e un termine. Notiamo quando comincia, cosa la intensifica e cosa la fa diminuire.
- ü Una rabbia sana può dare una forza e un’energia positiva; può aiutarci ad essere assertivi nel modo giusto.
- ü Imparare a comprendere quali sono le situazioni che più comunemente innescano la rabbia in modo da imparare ad essere consapevoli quando capitano e più capaci di prevenire una reazione automatica di rabbia.
È
importante capire che sentirsi arrabbiati e agire in maniera distruttiva sono
due cose differenti: ci sono molti modi per esprimere la rabbia che non sono
pericolosi per noi e per gli altri.
A tutti capita di sentirsi arrabbiati, di provare rabbia, impariamo ad esprimerla in modo appropriato senza fare del male agli altri e a se stessi.
A tutti capita di sentirsi arrabbiati, di provare rabbia, impariamo ad esprimerla in modo appropriato senza fare del male agli altri e a se stessi.
(Fonte: Onno
Van Der Hart, 2013)
Dr.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta
sabato 27 dicembre 2014
giovedì 11 dicembre 2014
La costruzione del legame di coppia: perché ci si sceglie?
L’amore è un impulso potente che spinge
due persone a legarsi, e può essere visto come il frutto dell’evoluzione e
della selezione naturale e, pertanto, può essere assimilabile all’amore che
lega il bambino alla madre. Questo non significa che si ama il proprio partner
come se questi fosse la propria madre, ma che esistono delle somiglianze sostanziali
fra i due legami a tal punto che nella sua struttura universale, il rapporto
madre-bambino può essere utilizzato per capire la complessità del legame
d’amore fra gli adulti.
Il legame madre-bambino è complementare, in quanto c’è un piccolo che chiede aiuto di fronte ad un pericolo, a seguito dell’attivazione del suo sistema di attaccamento; dall’altra parte, c’è un adulto che dà cure perché si attiva il suo sistema di accudimento nei confronti di chi chiede aiuto.
Il legame di coppia, invece, è un rapporto caratterizzato dalla reciprocità, che a differenza del primo, a secondo delle situazioni, attiva sia il sistema dell’attaccamento sia dell’accudimento (Attili G., 2004). Infatti, le componenti fondamentali che caratterizzano la relazione di coppia come legame di attaccamento sano, sono simili alle componenti del legame madre-bambino: mantenimento del contatto, rifugio sicuro, il bisogno di sentirsi rassicurati e confortati dal partner, base sicura quando il partner è percepito come disponibile in caso di necessità e ansia da separazione quando il partner è assente.
Il legame madre-bambino è complementare, in quanto c’è un piccolo che chiede aiuto di fronte ad un pericolo, a seguito dell’attivazione del suo sistema di attaccamento; dall’altra parte, c’è un adulto che dà cure perché si attiva il suo sistema di accudimento nei confronti di chi chiede aiuto.
Il legame di coppia, invece, è un rapporto caratterizzato dalla reciprocità, che a differenza del primo, a secondo delle situazioni, attiva sia il sistema dell’attaccamento sia dell’accudimento (Attili G., 2004). Infatti, le componenti fondamentali che caratterizzano la relazione di coppia come legame di attaccamento sano, sono simili alle componenti del legame madre-bambino: mantenimento del contatto, rifugio sicuro, il bisogno di sentirsi rassicurati e confortati dal partner, base sicura quando il partner è percepito come disponibile in caso di necessità e ansia da separazione quando il partner è assente.
Nel momento in cui c’è una distorsione
in entrambi i tipi di legame, per esempio è la madre a chiedere aiuto e non
capisce i bisogni del bambino, oppure il partner non assolve le funzioni di
sicurezza e protezione (es. un tradimento), la relazione diventa patologica e
patogena.
Quali sono le fasi che caratterizzano il
legame di coppia?
La prima fase è caratterizzata dal
desiderio e dall’attrazione: la coppia sperimenta un “delirio passionale” o
“simbiosi”, durante il quale l’idealizzazione del partner è estrema, si pensa a
lui come l’anima gemella ed è l’oggetto che soddisfa ogni desiderio. Si è molto
egoisti rispetto ai propri bisogni che hanno la precedenza sul resto e che,
comunque, sembrano essere totalmente appagati dall’altro. Questa prima fase si
interrompe, per favorirne il passaggio ad una nuova, caratterizzata da
conflitti, da ambiguità e da ricerca della differenzazione, inoltre, si
manifestano le primi crisi d’ansia utili per lo scioglimento della simbiosi.
Questa fase corrisponde al periodo della contro-dipendenza, della disillusione,
della sofferenza dovuta alla scissione tra l’ideale e il reale, nascono i primi
sintomi di incompatibilità e si comincia a pensare alla necessità di creare una
giusta distanza. Una buona elaborazione di questa fase ne permette il passaggio
alla successiva.
L’indipendenza caratterizza la terza
fase. Si tratta di un periodo di sperimentazione, la coppia sente l’esigenza di
uscire dal nucleo a due e di esplorare l’esterno. E’ forse il periodo più
problematico e pressante dal punto di vista conflittuale; si presentano litigi e
crisi emozionali legate all’alternarsi di rimpianti e speranze.
L’ultima fase dell’interdipendenza si
basa sull’accettazione dell’integrazione di un legame imperfetto: i partner
giungendo alla consapevolezza che l’altro possa essere imperfetto e che la
scelta del partner è indubbiamente collegata ai modelli di attaccamento appresi
nel tempo, attuano un processo di riavvicinamento che permette loro di
acquisire una costanza dell’oggetto d’amore che travalica i conflitti e permette
il riaccendersi del desiderio (Mahler
M.,1968).
I processi
di separazione e individuazione giocano, quindi, un ruolo fondamentale nella
costruzione della coppia. Ed è a quel punto che ogni partner
porta nella relazione i propri modelli operativi interni, gli schemi cognitivi,
e le rappresentazioni di sé e degli altri e i suoi miti. La scelta del partner può, quindi, essere considerata come espressione di questa struttura che, come i miti, si
costruisce, si modifica nel tempo e
viene a collocarsi dentro una serie di rapporti in continua evoluzione,
in cui si creano sempre nuove connessioni o divergenze rispetto al
significato originario. La decisione iniziale
apparentemente spontanea e libera, non ‘ragionata’, acquista un senso solo alla luce
di quello che accade in seguito e dall'intreccio tra i miti dell’uno e dell’altro
(Angelo C., 1999). Quando
il mito è rigido, non evolutivo, incapace di adattarsi alle trasformazioni
delle fasi del ciclo vitale, si crea un rimescolamento di “infedeltà irrisolte”,
di prescrizioni familiari implicite, di attese, di idealizzazioni di sé, del
partner e della relazione, e la coppia si avvia verso una fase di “stallo”. Possiamo considerare lo
stallo e le difficoltà di coppia, non solo come momenti di crisi e di
difficoltà ma anche come “sforzi riparativi per correggere, controllare, cancellare
e difendersi da storie disturbanti appartenenti alle famiglie d’origine”. La
maggior parte delle persone non “vede” il partner per quello che esso è, ma
viene caricato da aspetti appartenenti al proprio passato, a quelli della
propria famiglia d’origine e da aspetti scissi di sé (Framo, 1999).
La coppia verrebbe ad
essere imprigionata in una spirale d’incomprensioni e fraintendimenti in cui le
rotture delle comunicazioni affettive non sono seguite da processi di riparazione.
Essere “interdipendenti”, in questo
contesto, significa che gli stati della mente dei due individui si influenzano
reciprocamente però in senso negativo (Siegel, 2001). Gli aspetti che portano
non alle incomprensioni, ma alla rottura del legame di coppia, sono da situare
all’ultimo stadio di questo continuum, e vanno ricercati nei contesti
relazionali traumatici, all’interno dei quali, i rispettivi partner hanno
appreso o la sfiducia nell’altro (es. un genitore imprevedibile) o la paura
dell’intimità affettiva (oscillando tra la ricerca di vicinanza e di separazione),
oppure comportamenti inappropriati di controllo della
relazione (Liotti, Farina, 2011). Questo apprendimento, all’interno
della relazione di coppia disfunzionale, viene riproposto attraverso schemi
ripetitivi e rigidi come la svalutazione, la disconferma, e la
ridicolizzazione. Ne viene fuori una situazione paradossale, in cui il partner
prova dolore per queste modalità e contemporaneamente è costretto a chiedere
aiuto a colui che la infligge.
L’obiettivo
di una psicoterapia di coppia, è quello di aiutare la relazione a superare l’impasse. Lo scopo
diventa quello di riparare le ferite di attaccamento offrendo, all'interno del percorso terapeutico, una esperienza
tangibile di disponibilità, empatia e affidabilità. La coppia, sciogliendo le
proprie difese, può recuperare la fiducia e avviare un sano funzionamento.
Stefania Alfano, Angela Funaro, Iole Martino
Estratto dall'articolo pubblicato sulla rivista Psicologi Calabria
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