giovedì 3 settembre 2015

Lo sviluppo dell'empatia

Generalmente definiamo empatia, la capacità di immedesimarsi e comprendere le emozioni di un’altra persona. La parola deriva dal greco “εμπαθεία” (empatéia, composta da en-, "dentro", e pathos, "sofferenza o sentimento"), significa, appunto, “sentire dentro”.

Il modello di sviluppo di Martin Hoffman è considerato uno dei più esaustivi modelli di sviluppo dell’empatia. L'autore articola l’empatia in diverse capacità e competenze che, con il procedere dello sviluppo, diventano sempre più mature e sofisticate. In questo modello, la componente affettiva e la componente cognitiva interagiscono costantemente, e, in ciascuno stadio evolutivo, includono la motivazione ad agire positivamente in modo da alleviare il disagio altrui.

I primi segnali di empatia, appaiono sorprendentemente presto. Fin dalle primissime ore di vita sono osservabili nei neonati delle reazioni di distress empatico globale. Nei primi mesi di vita, i neonati non sono in grado di percepire se stessi e gli altri come entità distinte; percepiscono la sofferenza di qualcuno, come se fosse una propria l’emozione. L’empatia, in tale fase, si connota come una reazione affettiva, automatica e involontaria, che prende il nome di contagio emotivo ( ad esempio il pianto mostrato dai neonati in risposta al pianto di altri neonati).

Intorno al primo anno di vita, i bambini cominciano a percepire una prima distinzione tra sé e l’altro, e ad attribuire alle espressioni facciali un particolare significato. In questa fase, definita fase di distress empatico egocentrico, i bambini mimano le emozioni provate dall’altro, ma sono azioni finalizzati ad attenuare il proprio stato di angoscia, adottando condotte auto consolatorie come ad esempio succhiarsi il pollice o accarezzarsi.
Dal secondo anno, i bambini  sono consapevoli dei vissuti degli altri e sono, inoltre, in grado di identificare specifiche situazioni che possono provocare specifici vissuti emotivi nell’altro. Hoffman parla di sofferenza empatica quasi-egocentrica, la quale si caratterizza con l’aiutare l’altro. E’ questo il caso di un bambino di 2 anni e mezzo, che nel momento in cui porge un giocattolo ad un compagno che piange, sembrerebbe dimostrarsi consapevole che egli sta provando un’emozione negativa. Il bambino ha imparato ad attivare comportamenti che riguardano il contatto fisico: carezze, baci, abbracci, aiuto fisico, ed altri comportamenti tesi ad aiutare e consolare l’altro.

Intorno al terzo anno di vita si sviluppa in modo più completo la capacità di oggettivazione di sé, e il bambino acquisisce la consapevolezza che gli altri hanno pensieri e sentimenti diversi dai propri. E' la fase della vera empatia per lo stato d’animo di un’altra persona. In altre parole, la situazione che l'altro vive, sarà percepita dal bambino come se la vivesse in prima persona.
Dai  5-6 anni in poi, con lo sviluppo di una maggiore competenza linguistica, il bambino interagisce con l’altro in modo più appropriato; mostrano una capacità di discutere le proprie e le altrui emozioni (tale abilità migliora considerevolmente nel corso dello suo sviluppo), e, inoltre, grazie alla capacità di decentramento, sono più abili nell'assumere il ruolo dell'altro, e si rendono conto che comunicare i propri sentimenti ad un’altra persona può farli sentire meglio o può ferire l’altra persona.
L’ultima fase, è definita distress empatico oltre la situazione. Dai 9 anni, i bambini, sviluppano un senso di se stabile, e realizzano che gli altri hanno una propria identità che influenza e può influenzare il comportamento e la risposta empatica. Intorno ai 13 anni, si raggiunge il pieno sviluppo dei meccanismi cognitivi implicati nel processo dell’empatia.  

L’empatia, dunque, è una delle condizioni relazionali senza la quale noi non possiamo sentire, agire, ed essere, e senza la quale noi non potremmo avere la sensazione di fiducia in noi stessi e negli altri, e, ancora, senza la quale noi non potremmo avere sostegno e aiuto nei momenti di difficoltà. Educhiamoci a parlare, con i nostri bambini, delle emozioni, a parlare di ciò fa star male loro e gli altri; questo è un modo efficace per incrementare nei bambini le capacità empatiche, l’altruismo e le competenze prosociali. 

Dott.ssa Stefania Alfano
Psicologa Psicoterapeuta

mercoledì 26 agosto 2015

La mediazione nei luoghi di lavoro

All’interno delle équipe di lavoro, le tensioni latenti o i contrasti aperti, spesso, non soltanto incidono negativamente sulla produttività dell’ente, ma giungono a condizionare pesantemente la serenità delle persone coinvolte, anche di coloro che non sono gli attori principali della vicenda conflittuale. La sfera lavorativa, costituisce una quota importante della vita quotidiana, e l’atmosfera che vi regna, può essere un elemento capace di influenzare aspetti diversi dell’esistenza di ciascuno: dallo stato d’animo con il quale ogni giorno “ci si presenta al lavoro”, al rapporto con se stessi e con gli altri, inclusi familiari e coniugi. 

Una comunicazione strategica, è caratterizzata dal suo essere sempre orientata in direzione di un obiettivo da raggiungere. Il “persuasore” si propone di guidare l’altro ad assumere una particolare posizione, che lo porterà a modificare la propria percezione rispetto a una data realtà. Per farlo, egli si preoccupa di strutturare la forma della propria comunicazione, in modo tale da facilitare questo processo, piuttosto che andare alla ricerca di una condivisione di contenuti. 
Nelle strutture organizzate, come l’ambiente di lavoro, esistono dei sistemi di regole più o meno formali, che permettono alle persone che condividono ogni giorno quel luogo di lavoro, di agire secondo un obiettivo comune. Quando qualcuno infrange una o più di queste regole, aumenta la probabilità che nascano dei conflitti all’interno dell’ambiente lavorativo, ovvero il disequilibrio delle relazioni fra colleghi o fra colleghi e superiori e così via.  Sono molti i fattori che determinano il sorgere dei conflitti. Dalle caratteristiche dei gruppi, alle regole di interazione, passando per le differenze interpersonali, il modo in cui trattiamo gli altri e la percezione della situazione. 

Per quanto riguarda le caratteristiche dei gruppi, la situazione tipica è il formarsi dei cosiddetti “gruppetti”, che tendono inevitabilmente a dividere le persone, e spesso a far nascere dicerie e voci di corridoio, con conseguenze facilmente immaginabili. Le regole di interazione, sono molto importanti perché la loro infrazione determina quasi sempre lo scontro fra parti diverse e, in particolar modo, verso chi ha infranto quelle regole. 

Lo stessa rilevanza viene assunta dalle differenze interpersonali. Le persone sono diverse e non necessariamente ognuno ha il dovere di andare d’accordo con tutti. L’importante è riuscire a gestire le differenze. I conflitti si generano quando le persone non sono in grado di gestire diversità di pensiero, di genere, d’età o quando qualcuno ha il bisogno di prevalere sugli altri, qualsiasi siano le conseguenze di un tale atteggiamento. I pregiudizi o i forti stereotipi sulle persone, portano al formarsi di idee preconcette che compromettono le relazioni fra i collaboratori, e la nostra interpretazione degli eventi, influisce sui nostri comportamenti, e sul modo in cui ci rapportiamo agli altri. 

In una prospettiva di risoluzione dei conflitti, è necessario ricordare che è bene prima di tutto operare un' attenta analisi del conflitto, in secondo luogo, conviene analizzare i costi e i benefici della eventuale risoluzione, e, in ultimo, chiedersi se è più facile chiedere una modifica del comportamento altrui o adattare il nostro alla situazione. 


Una metodologia molto utile è la simulazione. Cioè si produce o si riproduce una situazione che potrebbe accadere. Non meno importante è il Role-play, all'interno di una simulazione che rappresenta un conflitto sociale. Tra le indicazioni principali per il Role-play, è bene ricordare, innanzitutto, che non c'è ruolo “giusto” o “sbagliato” e non ci sono ruoli/atteggiamenti “ridicoli”. Lo strumento ha un valore in sé (non è però il fine dell'esercizio). Ogni ruolo è importante ed è importante per gli spettatori/osservatori annotarsi ed osservare la strategia del protagonista così come “calarsi” nella parte cercando di vivere il ruolo in prima persona ed evitando di interpretare stereotipi (es. il dirigente becero, il funzionario tuttofare, il dipendente giornalaio). Dopo aver rappresentato la scena, si avvia una discussione, che analizzi il tipo di conflitto, la modalità di risposta data, e la modalità di risposta che si potrebbe dare. Infine, si passa alla valutazione finale, partendo da qualsiasi spunto ognuno esprime, il proprio stato d’animo, le proprie riflessioni, i suggerimenti e le valutazioni.

E’ bene quindi che, se c'è un conflitto nel gruppo, che emerga. La gestione di un conflitto presuppone il coinvolgimento delle persone in conflitto. Il conflitto, nasce dalla tendenza di due o più soggetti in relazione tra loro a soddisfare i propri bisogni partendo da una posizione di totale soggettività. La posizione soggettiva, vuol dire che la persona è perfettamente in contatto con se stessa, ed è in contatto con gli altri e con l'ambiente. Si hanno, dunque, tre livelli di  percezione conflittuale: percezione di sé, percezione di sé in rapporto con gli altri, e  percezione di sé in rapporto con gli altri nell'ambiente. 

La teoria dei bisogni di Maslow, dice che la deprivazione di uno specifico bisogno impedisce alle persone di poter evolvere verso il processo di autorealizzazione. Il  mantenersi in contatto con i propri bisogni, è quindi un elemento fondamentale di crescita personale e  di miglioramento della relazione fra sé e gli altri.


Dott.ssa Giuseppina D'Auria
Pedagogista

lunedì 10 agosto 2015

Finalmente in vacanza!


Dopo un anno di duro lavoro ed un inverno particolarmente freddo, le vacanze, finalmente, sono arrivate. Ma spesso andare in vacanza, si rivela una situazione fortemente stressante. Tra prenotazioni, valigie, code in auto, lunghe ore di volo, pasti irregolari, la vacanza diventa un momento di forte stress. Così accade che quello che doveva essere un momento di stacco dalla routine e dalle attività quotidiane, diventa, invece, momento di frustrazione, insoddisfazione, ansia, nervosismo, e di frequenti litigi con gli altri.

Allora cosa fare? 

Ognuno di noi ha un’idea di cosa sia vacanza (relax, divertimento, svago, benessere), e ha un’idea di dove voler trascorrere le vacanze (mare, montagna, città), ma capita che, già, il momento in cui dobbiamo decidere cosa, dove, e con chi, diventa momento di stress. In questa fase, è necessario considerare le proprie preferenze, i propri bisogni, e le proprie esigenze, e se si viaggia con la famiglia o con gli amici è utile che ognuno esprimi liberamente le proprie necessità; meglio esprimere le proprie idee prima, che ritrovarsi poi a dire all'altro: era meglio fare come pensavo io. La vacanza, è anche un’ottima occasione per condividere e confrontarsi, e per imparare ad ascoltare i nostri bisogni, e quelli degli altri.

Altro aspetto importante, è quello di non avere aspettative elevate rispetto alla vacanza, non idealizzarla sarebbe meglio. Idealizzando troppo la vacanza, si corre il rischio di imbattersi in una grande delusione. Chiunque di noi, appena chiusa la valigia, ha detto: questa volta voglio proprio rilassarmi, oppure questa volta voglio proprio divertirmi. Invece, capita che nel corso della vacanza, non siamo per nulla in relax e che non ci stiamo divertendo affatto! In tal modo, passeremo la vacanza a rimuginare su quello che doveva essere, focalizzandoci solo sugli aspetti negativi che stiamo vivendo, mentre, invece, occorre imparare a dirigere lo sguardo altrove, e a spingerlo al di là degli imprevisti e delle aspettative deluse; saper vedere quello che ci sta intorno con un sguardo nuovo e positivo, può essere un’occasione per crescere e migliorare. 

Capita spesso di affidare alle vacanze un potere quasi magico, ossia quello che in un breve periodo, tutto lo stress accumulato durante l’anno, possa magicamente sparire, per far spazio, alla serenità, al divertimento e al relax. Occorre, invece, accogliere il momento delle vacanze per quello che è in realtà: un momento di stacco dalla routine, un momento in cui il corpo e la mente si rigenerano, un momento in cui si ha la possibilità di stare di più in contatto con se stessi e con gli altri, un momento per aprirsi a nuove esperienze.



La vacanza è un'occasione per imparare ad essere consapevoli di quello che viviamo in un preciso momento. Dovremmo imparare a “staccare la spina”, e aggiungerei, a “staccare la connessione internet”, in modo da allontanarci dalle preoccupazioni del lavoro, dalle ansie delle attività quotidiane, dalle foto che non riusciamo a caricare sui nostri social, e godere interamente dell’atmosfera che stiamo vivendo in quel preciso momento, del cibo che stiamo assaporando, del paesaggio che stiamo guardando, e della compagnia che abbiamo accanto.

Non resta che augurarvi: Buone Vacanze.
Dott.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta

lunedì 27 luglio 2015

PREVENZIONE E COMPORTAMENTI PROSOCIALI


Nel periodo dai tre ai sei anni circa, le abilità sociali dei bambini si arricchiscono grazie alle maggiori occasioni di contatto con i coetanei e con adulti al di fuori della famiglia: l’ingresso alla scuola materna rappresenta per il bambino/a una importante esperienza sociale allargata.
Il bambino entra a far parte in modo stabile di un gruppo di coetanei, con i quali ha l’opportunità di compiere nuove esperienze di gioco, ma la convivenza gli pone nuove sfide: capire il punto di vista dell’altro e adattarvisi almeno in parte, collaborare con i compagni e frenare gli impulsi aggressivi, imparare a difendersi quando occorre.


I rapporti con i coetanei contribuiscono in modo sostanziale allo sviluppo delle competenze sociali e la mediazione dell’adulto è necessaria per far sì che il bambino si adegui alle nuove regole di comportamento.
E’ importante tenere presente che l’aggregazione dei bambini nelle istituzioni educative può portare alla nascita di frequenti litigi e tensioni che sono da considerare tuttavia normali.
Il bambino ha, in effetti, il diritto a vivere il conflitto o il litigio perché ciò rappresenta per lui una specifica forma di apprendimento per l’acquisizione di regole sociali: è nel conflitto, infatti, che il bambino scopre il senso del limite, ovvero la presenza degli altri, siano essi adulti o coetanei. In questo contesto relazionale, il bambino impara ad arginare il proprio egocentrismo, a controllare i propri impulsi aggressivi e a riconoscere la resistenza dell’altro. Insomma, nel conflitto il bambino vive un’esplorazione personale come vera area di crescita formativa.
Le ricerche condotte negli ultimi anni hanno dimostrato che il bambino in età prescolare è desideroso di contatti con l’altro ed è in grado di sviluppare rapporti significativi con i coetanei e con gli adulti di riferimento e di mettere in pratica una infinità di strategie per favorire e mantenere questi rapporti.
Inoltre, varie ricerche hanno individuato nei bambini la capacità di comportarsi con modalità “empatiche”, in modo collaborativo e cooperativo, e non ultimo la capacità di risolvere in maniera positiva un conflitto.
Questi aspetti sono definiti come comportamenti “prosociali”, dove alla radice di questi atti c’è la comprensione dell’altro e la conseguente  e adeguata reazione emotiva.
I bambini e le bambine spendono una considerevole dose di saggezza per riuscire a risolvere le eventuali situazioni conflittuali, confrontandosi tra loro e negoziando soluzioni accettabili sul piano interpersonale: tuttavia, sia pure in un limitato numero di casi, i conflitti possono sfociare in aggressioni fisiche o verbali.
Per evitare che questo accada, è necessario che il bambino riconosca e comprenda le emozioni che entrano in campo (rabbia, aggressività, competizione, paura ecc.) ed è quindi opportuno sostenerlo nel riconoscimento, nella comprensione e nella gestione di tali emozioni.
Spesso nel conflitto la rabbia prende il sopravvento sul bambino che, trovandosi davanti a tale esperienza emotiva disarmato ed impotente, è portato a trasformarla in taluni casi in aggressività e/o violenza. Questa “impotenza” è alla base del disagio che egli prova  nell'affrontare una relazione conflittuale, nel sentirsi pervaso dalla propria condizione emotiva che non conosce o non riconosce e che pertanto lo spaventa.
La rabbia è un sentimento che ogni individuo prova e deve provare:
come tutte le condizioni emotive è positiva ed è possibile esprimerla senza violenza, senza danneggiare se stessi o il prossimo. La rabbia repressa, invece, può diventare esplosiva e dannosa in quanto può trasformarsi in violenza e/o sopruso verso l’altro.
I bambini, anche se piccoli, possono imparare quale limite devono imporre ai loro comportamenti per il proprio bene e l’altrui sicurezza, ma è necessario educarli a gestire queste emozioni trovando delle modalità di espressione che risultino efficaci e non distruttive.
L’educazione a questa emozione, intesa come il suo reale riconoscimento, è quindi necessaria per prevenire future disfunzioni relazionali sin dall’età prescolare.
• Dietro alla rabbia del bambino possono nascondersi sensazioni di sofferenza, paura e impotenza. La comprensione da parte dell’adulto diventa fondamentale perché per il bambino è essenziale sapere di essere “riconosciuto” e compreso dall’adulto (empatia adulto/ bambino). In questo modo egli si sente valorizzato e ciò lo aiuta a sviluppare un sano concetto di sé.
• La comunicazione con il bambino deve essere tale da fornirgli un vocabolario adatto a parlare delle proprie emozioni e delle occasioni per poterle esprimere.
• Aiutare il bambino ad esprimere senza paura le proprie emozioni, ad esempio iniziare la conversazione dicendo “Sembra proprio che tu sia arrabbiato. Me ne vuoi parlare?”. Questo aiuta il bambino a trovare delle parole per esprimere ciò che sente e quindi scaricare la tensione.
• Aiutare il bambino a riflettere e a capire quando si sente arrabbiato, perché e cosa vorrebbe fare è un buon inizio per prendere dimestichezza con le proprie emozioni.
• Evitare di rispondere alla rabbia dei bambini con aggressività; questo non farebbe altro che esasperarli.
• Dare regole chiare, precise e motivate aiuta il bambino a fargli capire la regola e perché va osservata (ad esempio aiutandolo a capire la reazione dell’altro).
• Far capire ai bambini che comprendiamo le loro emozioni: “Si vede che sei molto arrabbiato”.
• Un buon ascolto aiuta a far sbollire la rabbia ed accresce l’autostima dei bambini.
• I bambini imparano di più da ciò che gli adulti fanno che da quello che dicono. Sarebbe opportuno che ogni adulto valutasse la propria modalità di risoluzione dei conflitti.
Si può davvero concludere che i bambini, in età prescolare, dovrebbero aver già acquisito delle strategie che permettano loro di risolvere le situazioni di conflitto e che lascino spazio all’ascolto dell’altro (controproposte, mediazione, compromesso) piuttosto che utilizzare
delle soluzioni che producono rottura dei rapporti o soluzioni violente.

Pedagogista

sabato 18 luglio 2015

La preparazione mentale dell’atleta. Alcune tecniche di mental training.



Spesso accade che alla domanda “il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?”, una buona parte di noi tenda a concentrarsi sul negativo ("bicchiere mezzo vuoto"). Succede che ciò che inizialmente, sembra essere solo una predisposizione, e diventa poi inevitabilmente un'abitudine di pensiero. Tale modalità di pensiero, regola le nostre operazioni mentali, il che significa che, ad esempio, condizioni come la paura, la preoccupazione, l’insoddisfazione, nascono da pensieri del tipo…’io sono inadeguato, io non riuscirò mai a vincere questa gara’, diventando, poi fatti. Il pensiero positivo, quindi, prima ancora di essere una tecnica di preparazione mentale, è una filosofia di vita.

Per poter effettuare Tecniche di mental training, è importante che lo psicologo sportivo conosca bene l'atleta in modo da sapere quale sia la sua predisposizione iniziale "a pensare positivo", bisogna capire come vive gli eventi sia positivi che negativi, e bisogna anche capire cosa lui attribuisca alla vittoria o alla perdita di una partita. Bravura, fortuna, fatalità?  Da questi elementi, è possibile valutare  anche l'autostima dell'atleta. Ecco perché è necessario aiutare l'atleta a cercare, inizialmente insieme, ciò che lui reputa positivo per se stesso. E' un allenamento continuo: spostare il pensiero negativo verso quello positivo. Mano a mano, ciò che sembra uno sforzo diventa, poi, naturale. L'atleta scopre che ha imparato a pensare positivo. E siccome il pensiero positivo è "contagioso", senza rendersene pienamente conto, l'atleta comincia ad insegnare a pensare in positivo a chi sta accanto a lui. Questa è la migliore prova che la tecnica è stata compresa, accettata e praticata.
Tra le varie tecniche: la concentrazione, le tecniche di rilassamento e la visualizzazione
L’ attenzione può essere spontanea, cioè involontaria, che “segue” gli stimoli così come si susseguono attorno all’individuo, e conativa, cioè volontaria, focalizzata su un determinato stimolo. Questo secondo tipo di attenzione è anche chiamata concentrazione. Allenare la concentrazione significa controllare i processi motori di pensiero, significa selezionare gli stimoli su cui focalizzare l’attenzione, escludendo quelli irrilevanti, dirigere l’attenzione sugli stimoli rilevanti e mantenere l’attenzione sugli stimoli rilevanti. Il rilassamento è, probabilmente, tra le tecniche di preparazione mentale, quella più conosciuta ed accettata. L'obiettivo del rilassamento è controllare il livello di attivazione al fine di gestire stati d'ansia e di tensione psicofisica. 
Tra le tecniche più utilizzate si fa riferimento al Training Autogeno di Schultz; è una tecnica di rilassamento basata sulla correlazione tra stati psichici, in particolare le emozioni, e aspetti somatici dell'individuo; e al Rilassamento Progressivo di Jacobson che prevede un rilassamento generale dell'intero corpo ed un rilassamento differenziale col quale si insegna, nei gesti della vita quotidiana, ad utilizzare solo i muscoli impegnati in posture o movimenti, lasciando rilasciati gli altri; e a tecniche di rilassamento di origine orientale. La cosa importante è che, a prescindere dalla tecnica utilizzata, il soggetto deve raggiungere bene l'obiettivo: il controllo del livello di attivazione psicofisica.
La visualizzazione può essere definita la rappresentazione immaginativa del programma e delle singole sequenze motorie da eseguire nei diversi momenti della gara. Tale capacità immaginativa non è uguale in ogni individuo, ma differisce sia per quantità (immagini e sensazioni più o meno vivide e realistiche) che per qualità (c'è chi dimostra di avere una spiccata capacità immaginativa del senso della vista, del tatto, piuttosto che dell'olfatto o dell'udito). Partendo da una base di rilassamento, si guidano gli atleti nella rappresentazione mentale di immagini visive dapprima semplici, ed in seguito complesse; si procede, quindi, all'inserimento progressivo di stimoli immaginativi acustici, tattili, cinestetici, olfattivi, favorendo il progressivo sviluppo di una capacità immaginativa polisensoriale ed immersiva. Le scene immaginate e utilizzate devono essere, oltre che distensive, anche coinvolgenti e realistiche, per poter creare o ricreare nella mente dell'atleta esperienze il più ricche possibili. Vengono dapprima introdotte immagini di scene familiari agli atleti, sia sportive che non sportive; in seguito si passa a sequenze immaginative riguardanti il setting della pratica sportiva. Infine, si propongono specifiche fasi, tecniche o manovre della specialità in oggetto. Il dottor Denis Waitley, ha tratto il processo di visualizzazione dal programma Apollo, e negli anni 80 e 90 l’ha inserito nel programma olimpionico, con il nome di Visual Motor Rehearsal: ad atleti olimpionici è stato chiesto di immaginare di prendere parte alla competizione che li aspettava, dopo di che sono stati collegati ad una macchina di Biofeedback. (Con il biofeedback, una certa funzione corporea come la tensione muscolare o la temperatura cutanea viene monitorata con l'uso di elettrodi o di trasduttori applicati sulla pelle del paziente. I segnali captati vengono amplificati ed usati per gestire segnali acustici o visivi. In questo caso, l’atleta può così adottare strategie di controllo per imparare a controllare volontariamente la funzione monitorata). Mentre gli atleti visualizzavano se stessi nella corsa, si sono attivati gli stessi muscoli che sarebbero entrati in azione se avessero effettivamente partecipato alla gara, e pure nella stessa sequenza. 

Uno degli obiettivi più nobili della preparazione mentale è rendere l'atleta autonomo.
Il miglior augurio, infatti, che si possa fare ad un atleta è di sperimentare, il più a lungo possibile, la gioia ed il piacere di "guidare" il proprio corpo attraverso il pieno utilizzo delle sue attività mentali. 



Dott.ssa Rosalba Ferraro
Psicologa-Psicoterapeuta

mercoledì 1 luglio 2015

L’importanza di relazioni sane.



La relazione con l'altro e il modo in cui viviamo questa relazione sono condizioni fondamentali nella vita di tutti i giorni. Le nostre emozioni più intense, vengono evocate nelle relazioni interpersonali, così come le nostre paure più profonde, come può essere, ad esempio la fobia della perdita di una relazione attaccamento, che consiste nella paura intensa e nel panico di perdere relazioni importanti. Niente come una relazione ci mostra dove siamo bloccati, chiusi, o rigidi, o ancora dove facciamo fatica ad entrare in contatto, dove abbiamo paura, e dove rifiutiamo di accettare la realtà. Nient’altro porta così velocemente alla superficie la nostra ferita relazionale, ovvero quel bisogno di essere accuditi e protetti ignorato da chi doveva prendersi cura di noi; le relazioni umane agiscono continuamente da cartina di tornasole per verificare la profondità della nostra ferita.
Attraverso le relazioni di attaccamento, ma anche attraverso le nostre ferite relazionali, si creano dei modelli relazionali, che includono le nostre convinzioni di base persistenti, come ad esempio “posso fidarmi”, oppure “nessuno si preoccupa di me”, o "non sono amato". Abbiamo sviluppato, attraverso le prime relazioni di attaccamento e le ferite relazionali,  uno “stampo”, a cui cerchiamo di adattare, in qualche misura, le nostre relazioni future. Questi modelli ci fanno, in pratica, da guida nella scelta delle nostre relazioni sane e non sane. 
Nelle relazioni non sane sperimentiamo l’esperienza di essere traditi, rifiutati o abbandonati, provocando alcuni tra i sentimenti più intollerabili, come odio, rabbia, vergogna, solitudine, paura e disperazione.
Quando, invece, si vivono relazioni sane, sperimentiamo sicurezza, protezione, calma e regolazione emotiva, contatto fisico, comunicazione, supporto e un senso di appartenenza. Bowlby nel 1973 affermava, quella che è l'essenza di una sana relazione:“Gli esseri umani di tutte le età si trovano ad essere più felici e ad essere in grado di mettere in pratica i loro talenti al meglio, quando sono sicuri che vi siano una o più persone di fiducia che andranno in loro aiuto in caso di difficoltà”. Sapere che c'è un altro che si prende cura di noi nel momento del bisogno, o in un periodo particolarmente difficile della nostra vita, può farci sentire protetti, accuditi, compresi e, soprattutto, non ci fa sentire soli. Ecco perchè è importante riuscire a costruire e mantenere una relazione sana con l'altro.


Quali sono i principi di una relazione interpersonale sana?

Basarsi sul rispetto reciproco, sull’empatia e sull’uguaglianza.
Si è entrambi capaci di fissare dei limiti chiari con l’altro e di essere assertivi senza essere aggressivi.
Entrambi hanno un equilibrio relativamente sano tra autonomia, dipendenza e interdipendenza.
Vi sentite entrambi al sicuro nel rapporto.
Entrambi avete un senso stabile dell’altra persona, anche quando non è con voi; potete tenerla nel cuore e nelle mente.
Riuscite entrambi a regolare le emozioni che vengono evocate nella relazione.
Entrambi siete in grado di negoziare e risolvere gran parte dei conflitti.
Entrambi avete la fiducia di base.
Solitamente siete entrambi capaci di capire e riflettere sulle motivazioni, e le intenzioni dell’altra persona in modo accurato.
Il rapporto si basa sul negoziare ciò che è meglio per voi due, non sul potere, né sul controllo, il dominio e la sottomissione.
Entrambi potete parlare dei vostri sentimenti e delle vostre esperienze interiori, senza paura del rifiuto e dell’umiliazione.

Sono principi che valgono in linea ideale, ma che vale la pena sforzarsi di ottenere e/o di raggiungere per poter poi vivere in relazioni sane. Vivere relazioni sane con l'altro presuppone una relazione sana con se stesso, per arrivare a questo, è necessario che le nostre ferite relazionali più profonde vengano curate, soprattutto quelle che facendoci da "stampo"  e da guida, ci hanno spinto, spesso, a vivere in relazioni non sane.
Pertanto, curare le ferite relazionali significa conquistare un po’ di libertà e di spontaneità dall'influenza che queste esercitano su di noi; significa potersi fermare e analizzare che cosa sta succedendo quando la nostra ferita viene scatenata, invece di manifestare solamente una reazione emotiva; significa poter osservare e affrontare la propria vulnerabilità; significa, infine, riuscire a costruire una base sicura con l'altro, una relazione sana, alla quale chiedere aiuto e conforto quando viviamo particolari momenti di difficoltà. 

Bibliografia:
S. Boon, K. Steele, O. Van der Hart “La dissociazione traumatica”, 2013 Mimesis Edizioni 

J.Welwood “Amore perfetto, relazioni imperfette”, 2014 Feltrinelli Editore 
Dr.ssa Stefania Alfano
Psicologa Psicoterapeuta