giovedì 15 maggio 2014

L’emancipazione dei genitori dai figli: l’adolescenza.


Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui 
le loro madri li danno alla luce,
 ma la vita li costringe ancora molte
 volte a partorirsi da Sé.
Gabriel Garcia Marquez


La condizione degli adolescenti oggi è condizione che ci è sembrata interessante da approfondire e sviluppare in questo articolo. Fatti di cronaca ed esperienze quotidiane ci hanno portato a riflettere su questo critico momento di vita sia per l’adolescente che per la sua famiglia. 
L’adolescenza è un evento critico che mette a dura prova la capacità di adattamento e flessibilità dell’intera organizzazione e struttura familiare: si tratta di una sfida evolutiva che coinvolge sia l’adolescente che la coppia genitoriale. L’adolescenza, per questo, è stata definita “un’impresa evolutiva congiunta” di genitori e figli (Scabini, 1995), che si caratterizza non tanto per la brusca e netta separazione dell’adolescente dalla famiglia, quanto piuttosto per una trasformazione e ristrutturazione dei legami preesistenti. Nicolò-Corigliano e Ferraris (1991) sottolineano che “l'adolescente, nel suo processo di svincolo, metterà in discussione non solo i modelli di funzionamento familiare ma anche i valori,  gli ideali e le credenze” di tutta la famiglia. 
Il processo evolutivo della famiglia, si snoda in una sorta di mobilità intersistemica, un passaggio, obbligato ma sereno, tra i diversi universi relazionali; è visto come un processo di continua ristrutturazione della trama dei rapporti relazionali tra i membri della famiglia e quello delle generazioni precedenti. Il sistema familiare fa inevitabilmente i conti con il tempo. Il tempo è inteso sia come “ flusso temporale molto ricco, punteggiato e continuamente trasformato dai tempi dalle nascite, dai tempi della crescita, e dalle entrate e uscite dei diversi componenti del sistema familiare” (Andolfi, 2003), sia come “ ritmo che orchestra i legami vitali di più generazioni, che, tramite azioni e racconti, danno luogo alla storia familiare. Il tempo familiare ha perciò vita più lunga del tempo individuale, lo travalica, rappresentando l’elemento di continuità nel passaggio delle generazioni” (Cigoli,1997). Secondo la teoria transgenerazionale di Boszormenyi-Nagy (1973), ogni famiglia non finisce in se stessa dal momento che c'è un lascito dalle rispettive famiglie di origine. Boszormenyi–Nagy e Spark (1973), parlano di lealtà invisibili; una forza sistemica, funzionale al mantenimento del gruppo multi generazionale, attraverso un invisibile tessuto di aspettative. Esiste nelle famiglie un bilancio invisibile trascritto su un libro dei conti in cui gli obblighi passati e presenti influenzano la consegna di ruoli e di aspettative secondo quella che è l’etica dei rapporti e il senso di giustizia formato all’interno della famiglia. 
In quest’ottica, i sintomi attuali diventano il risultato di un processo multi generazionale; tramite il “processo di proiezione della famiglia” i problemi non risolti dei genitori possono trasmettersi sui figli. Diversi autori considerano uno specifico fattore di rischio le esperienze traumatiche irrisolte nel passato del genitore, vissute senza la possibilità di sperimentare conforto e lenimento (Di Noia, 2009). Talvolta problemi personali che si è fatta fatica a lasciare indietro, per cercare di costruire un proprio futuro, ritornano come “scheletri nell’armadio” (Malacrea, 1998).
Laddove il genitore abbia una condizione mentale di dissociazione in rapporto a esperienze traumatiche passate o esperienze di perdita non elaborate, può manifestare, in particolare, una specifica difficoltà a prestare un’attenzione agli stati affettivi del figlio e, in generale, una difficoltà a rivestire il ruolo di genitore. 
Ogni cambiamento interno al sistema, comporta una rielaborazione e assegnazione dei ruoli e delle funzioni che si trasformano nel tempo, e che vengono assunte e interpretate in modo nuovo dagli altri componenti (Migliorini, 2008). Ad ogni tappa del ciclo di vita di una famiglia, corrisponde una situazione nuova da affrontare che mette inevitabilmente in crisi le vecchie modalità e richiede necessariamente un nuovo assetto familiare. La crisi costituisce il primo atto di una nuova fase maturativa che contiene il massimo del potenziale di cambiamento (Andolfi, 2003).
Dott.ssa Alfano Stefania
Dott.ssa Rosa Miniaci, Psicologa
(per la versione completa dell'articolo vai su : 

domenica 4 maggio 2014

Night Eating Syndrome: Sindrome dell'Alimentazione Notturna

La Night Eating Syndrome (NES) definita anche Sindrome dell'Alimentazione Notturna, è rappresentata dall’ingestione abnorme di cibo nelle ore notturne e serali.
In questa sindrome entrano in giocano fattori biologici, genetici, ormonali e componenti psicologiche, cognitive ed emotive.
La NES affligge:
  • l’1,5% della popolazione generale
  • il 10% dei soggetti obesi
  • il 25% dei soggetti che si sottopongono a trattamento chirurgico per obesità
  • il 5% dei soggetti che richiedono un intervento per problemi di insonnia
  • il 20% dei soggetti affetti da Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI)


Le persone affette da questo disturbo, mangiano pochissimo durante il giorno ma la sera ingoiano grandi quantità di cibo e accusano risvegli notturni accompagnati sempre da assunzioni di cibo. A questo particolare comportamento alimentare, spesso si associano alterazioni dell’umore, ansia e insonnia; stress, depressione e bassa autostima sono anche individuabili nel NES.
Sovente sono obesi, ma possono anche essere normopeso per la restrizione calorica che praticano durante il giorno.
In specifico, i principali sintomi sono:
- scarso appetito la mattina (certe volte fino al tardo pomeriggio);
- eccessiva e compulsiva alimentazione nel periodo serale e notturno;
- difficoltà ad addormentarsi e necessità di mangiare prima dell'addormentamento;
- frequenti risvegli notturni contraddistinti dalla necessità di mangiare per riuscire a riprendere sonno;
- presenza di depressione o stress diffuso.
La persona afflitta da NES spesso si alimenta scarsamente a colazione e a pranzo, fa una cena normale, ma poi tende a mangiare abbondantemente e in modo compulsivo, mediante ripetute abbuffate (fino ad un terzo delle calorie giornaliere) nel periodo serale ed in quello notturno (le abbuffate sono costituite da quantità di cibo minori rispetto al Binge Eating Disorder). Questo comporta forti disturbi nella qualità e nella quantità del sonno con difficoltà nell'addormentamento, raggiunto solo dopo ripetute abbuffate di cibo e continui risvegli durante la notte, già dopo una o due ore dopo l'addormentamento, durante i quali viene assunto nuovamente del cibo.
Alcune persone con NES associano all'assunzione di alimenti anche quella di alcolici; tale atteggiamento è definito Night Eating/Drinking Syndrome (NEDS), da non confondere con il Binge Eating. Nell'individuo con NES sembra non esserci una forte preoccupazione per il peso e per le forme corporei così come avviene nell'Anoressia o nella Bulimia.
La fame notturna può essere reale, e in questo caso la soluzione è piuttosto semplice, visto che il problema è dovuto ad una cena leggera consumata con troppa distanza rispetto al momento in cui si va a dormire. Basta quindi modificare le proprie abitudini alimentari, calcolando le tempistiche o dividendo la cena in due spezzoni.
Ma se non si ha realmente fame e il corpo non necessita cibo, e nelle ore serali, magari mentre si guarda la Tv, e notturne si sente il bisogno di cibo, la situazione è molto più complicata.
Il centro della fame nell’ipotalamo, è sempre in azione: dal cervello attiva organi e ormoni, provocando la ricerca di cibo; a esso si oppone il centro della sazietà, anch’esso nell’ipotalamo, che dà il segnale di stop. Ma talvolta questo meccanismo si inceppa, e non si riesce a dire basta. Così ci si ritrova in piena notte con la testa nel frigorifero a cercare qualcosa da mangiare, con un impulso irrefrenabile a ingurgitare cibo.
La compulsione a sovralimentarsi prima di andare a dormire, è tanto forte che i NES possono credere di non essere capaci di addormentarsi se non mangiano, ma dopo averlo fatto subentra ben presto una forte autosvalutazione. Il mangiare notturno diventa un modo per placare l’ansia, che in questi individui è maggiore durante la sera e la notte. Svegliandosi durante la notte, capita di sentirsi confusi e agitati, con pensieri non ben definiti su qualche avvenimento stressante della giornata e pensano che un po’ di cibo li calmerà e potranno continuare a dormire. Molte persone tendono a mescolare le emozioni con l’assunzione di cibo e usano quest’ultimo per tenere a bada stati d’animo dolorosi o poco controllabili, creando una dipendenza istantanea e rendendo difficile l’interruzione del consumo.
Inoltre, è presente un forte senso di colpa per le abbuffate serali e notturne del giorno precedente. I sensi di colpa spesso si associano a sentimenti di vergogna per la scarsa capacità di autocontrollo e ad un profondo senso di inadeguatezza.
Generalmente la sindrome d'alimentazione notturna può essere parte di una reazione allo stress. I soggetti che ne sono affetti sono più frequentemente depressi, mangiano per rabbia, tristezza o altri sentimenti negativi. Ciò induce a pensare che tale tipo d'alimentazione è utile per regolare le proprie emozioni in particolare nelle ore serali e notturne, quando la relativa calma di queste ore distoglie dai problemi quotidiani e mette di fronte al proprio mondo emotivo “rimosso” e non riconosciuto durante il giorno.
L’atto del mangiare viene inteso come strategia adattiva alle situazioni problematiche. Spesso mangiamo in modo compulsivo perché ci sentiamo incapaci di affrontare le emozioni, si mangia anziché dare sfogo al dolore, alla rabbia e al contrario spesso non mangiamo per un senso di apatia, o solitudine. Una volta imparato che, mangiando, riusciamo a ridurre lo stress o uno stato di malessere, tendiamo a ripetere questo comportamento, spinti dal desiderio di gestire e controllare le proprie emozioni.
Una corretta alimentazione giornaliera è il miglior alleato contro la fame notturna, che in alcuni casi si può combattere con un approccio strategico ad hoc; e nello stesso tempo bisogna imparare ad ascoltare il proprio corpo, a provare ed accettare le emozioni, separare i sentimenti dal cibo, elaborare le idee e i comportamenti disfunzionali.



Dott.ssa Alfano Stefania                                                              Dott.ssa Guerrera Mariacarmela
Psicologa e Psicoterapeuta                                                             Biologa Nutrizionista

sabato 26 aprile 2014

Impariamo ad essere Mindful.

Oggi viviamo in una società frenetica, dove non si ha tempo a sufficienza per la riflessione su di sé, per intraprendere relazioni, per condividere sguardi ed emozioni. Il nostro cervello e il nostro corpo hanno bisogno anche di questo per crescere in modo sano ed equilibrato.  Invece, facendoci coinvolgere dallo stress, dall’ansia della vita di tutti i giorni, passiamo gran parte del nostro tempo a non prestare attenzione al momento presente, finendo, in tal modo, per scordarci chi siamo, dove siamo e cosa stiamo facendo.
Ellen Langer, spiega cosa vuol dire essere mindful:“Quando siamo mindful, noi implicitamente o esplicitamente osserviamo una situazione da una molteplicità di prospettive, vediamo come nuove le informazioni presenti nella situazione, stiamo attenti al contesto in cui stiamo, percependo le informazioni e, alla fine, creiamo nuove categorie di comprensione della situazione”
Si tratta di uno stato mentale che ha a che fare con la consapevolezza, che emerge attraverso il prestare attenzione allo svolgersi dell’esperienza momento per momento: con intenzione, nel presente e in modo non giudicante. 
Essa si limita a registrare e lasciar fluire l’esperienza presente, così come si sviluppa, accogliendola con limpidezza, curiosità, e apertura. Accogliere l’esperienza con attenzione non giudicante, da un lato, ci rende meno coinvolti e reattivi nei confronti degli eventi, e dall’altro, rende possibile un atteggiamento più benevolo nei confronti di se stessi.
Il suo scopo è divenire attenti e presenti a ciò che la propria mente sta vivendo. 
Si tratta, dunque, di coltivare la capacità di accogliere i propri stati mentali per quelli che sono.
La consapevolezza mindful migliora il nostro modo di sintonizzarci con noi stessi, creando benessere in noi e nelle persone che ci circondano. Daniel Siegel descrive la mindfulness come un “essere in empatia con se stessi”, una condizione di sintonizzazione intrapersonale, in cui le esperienze nel qui ed ora vengono semplicemente accettate per quelle che sono e riconosciute, con gentilezza e rispetto. Si tratta di imparare a riconoscere le attività della mente e del corpo, ovvero a  rimanere presenti osservando il flusso di sensazioni, immagini, sentimenti e pensieri da cui la mente e il corpo sono attraversati.
Diversi studi scientifici hanno dimostrato che applicazioni specifiche della mindful migliorano la nostra capacità di regolare le emozioni, di contrastare la disregolazione emotiva, di migliorare i pattern di pensiero e di ridurre gli assetti mentali ed è un fattore risolutivo nel darci resilienza per affrontare le sfide che si presentano nella vita di ogni giorno. 
Essere consapevoli nelle nostre vite è un’abilità che possiamo imparare; essere mindful è uno stato di consapevolezza che ci permette di essere flessibili e recettivi e di avere presenza: “Io sono qui”
Concludo con una frase di Kabat-Zinn (Jon Kabat-Zinn, "Vivere momento per momento”) che scrive: “Come la superficie del mare si increspa quando soffia il vento, così anche la mente tende ad agitarsi e a divenire reattiva in presenza di turbolenze esterne. Ma se scendi quattro o cinque metri sotto la superficie del mare trovi solo un lievissimo movimento: a quella profondità l'acqua è calma anche quando la superficie è tempestosa”.

Dott.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta

mercoledì 23 aprile 2014

Il Peso del Corpo

" Cosa accade quando il corpo diventa l'oggetto delle Nostre Emozioni più forti?
Oggetto d'Amore, o all'opposto d'odio?
Se il divario tra il corpo che desidereremo avere e quello reale è troppo grande, il corpo finisce per rappresentare soltanto "peso" e il suo controllo continuo diventa lo strumento raffinato di una violenta manipolazione che, frequentemente, porta ai disturbi del comportamento alimentare.

Le persone con disturbo alimentare pongono eccessiva enfasi sulla forma e sul peso del proprio corpo, hanno una visione distorta del corpo, e un disturbo dello schema corporeo (è il risultato delle elaborazioni che il cervello compie in continuazione rispetto alle informazioni che gli arrivano dall'esterno e dall'interno del corpo stesso).

Come diceva Freud, abbiamo un "Io Corporeo" come primo livello di conoscenza di Noi stessi. Le persone con tali disturbi hanno una distorta percezione del corpo nello spazio e nel tempo, stimando in modo non corretto il proprio corpo. Notiamo che più è distorto lo schema corporeo e più grande è il problema. "





Introduzione Della Mia Tesi di Laurea dal Titolo:
" Terapia Cognitivo Comportamentale Ambulatoriale dei Disturbi Alimentari"
Anno Accademico 2009/2010

Dott.ssa Guerrera Mariacarmela
Biologa Nutrizionista

Fame Emotiva o Fame Fisiologica!?

Quante volte, quando il nostro umore era giù o semplicemente per noia, abbiamo ceduto alle lusinghe degli alimenti che più ci piacciono? Sembra proprio che quel tale alimento sia lì solo per noi: è nel preciso istante che partoriamo questo pensiero che la tentazione vince sulla nostra volontà. Ed è questa una sintesi efficace del tormentato rapporto tra cibo ed emozioni.

C’è chi intende questo atto come un gesto punitivo o d’amore verso se stesso, o anche un modo per stare (meglio) in compagnia. Pur senza vivere un rapporto patologico con l’alimentazione, capita a molti di usare il cibo per far fronte a stati emotivi negativi. La cosiddetta fame emotiva risponde ad ansia, irritabilità, stress. Ma fateci caso: la fame emotiva impedisce di gustare realmente ciò che si mangia; e anzi (si) alimenta (di) sensi di colpa e sentimenti di bassa autostima.

Il cibo dovrebbe tornare occasione di convivialità e soddisfazione. Esempio tipico: il pranzo della domenica di tanto tempo fa. Chi non ricorda qualche prelibatezza che gli preparava la nonna?
Per non “mangiare le nostre emozioni” è necessario riflettere e fermarsi: basta davvero poco per resistere alla tentazione impulsiva. La fame fisiologica nasce dal bisogno di nutrirsi, mentre la fame emotiva nasce dal desiderio di sopprimere un’emozione negativa, insorge in genere in modo improvviso e diventa in breve incontrollabile, mentre la fame fisiologica si instaura gradualmente ed è preceduta da segnali, come il brontolio dello stomaco, che aumentano progressivamente di intensità.

Nella fame emotiva si desidera un particolare alimento, spesso purtroppo si tratta di alimenti senza proprietà nutritive nobili (il cosiddetto “junk food”, cibo spazzatura, come patatine, merendine, bibite zuccherate), che tuttavia hanno la proprietà di gratificarci.
La prova che non si tratta di fame reale, fisiologica, è data dal fatto che il tentativo di sostituire il “cibo spazzatura” con un alimento sano, non produce l’effetto desiderato, né tanto meno il senso di sazietà. La fame emotiva induce un comportamento alimentare automatico, la persona non si rende conto di consumare in poco tempo una grande quantità di quell’alimento (ad esempio un’intera scatola di biscotti), senza nemmeno provarne il gusto, mentre la scelta in caso di fame fisiologica è sempre consapevole e aperta a diverse possibilità. Dopo avere mangiato per fame emotiva spesso ci si sente in colpa, mentre ciò non accade in caso di fame fisiologica. Nella fame emotiva il senso di sazietà non viene percepito nonostante la quantità di cibo ingerito.






"A volte è difficile fare la scelta giusta perché o sei roso dai morsi della coscienza o da quelli della fame" . Cit. Totò


Dott.ssa Guerrera Mariacarmela
Biologa Nutrizionista

martedì 15 aprile 2014

Educhiamoci a Mangiare!


"Siamo quel che mangiamo" citava L.Feuerbach, e se ci pensiamo bene non ha tutti i torti.
A chi sta a cuore la propria salute, il proprio aspetto ed il proprio benessere serve necessariamente fare Educazione Alimentare.
Il termine “educazione” richiama spesso l’idea del bambino. E' il bimbo che deve essere “educato”. Nulla di più sbagliato. Educazione alimentare significa spiegarti ed insegnarti a trarre ogni beneficio possibile dalla tua alimentazione, studiando cosa ti serve, e mettendo a punto un percorso che rispetti e valorizzi le tue esigenze. E’ un “corso di aggiornamento”, rigorosamente scientifico, molto semplice ed efficace che ti spiega nei dettagli e ti fa scoprire, passo dopo passo, come diventare il primo artefice della tua salute.
Ti si costruisce un sistema alimentare personale che ti faccia sentire bene, che rispetti i tuoi gusti e le tue esigenze, che tenga sotto controllo il peso, se occorre, ed eventuali disturbi. Per fare in modo che per te diventi una piacevole abitudine, ti vengono proposti dei passaggi progressivi per gestire autonomamente la tua alimentazione.
"Un educatore è un uomo che rende facili le cose difficili." (R. W. Emerson).

Una educazione alimentare di base è utile a tutti coloro i quali sono interessati alla propria salute, indipendentemente dall’età.
Per i più piccoli l’educazione alimentare si rende spesso necessaria per contrastare i messaggi pubblicitari insistenti che li bombardano continuamente.
Per i giovani è indispensabile per fare in modo che scoprano come è utile aver cura di se e non caschino nelle trappole commerciali e mediatiche, sempre in agguato.
Per gli adulti è uno strumento utile per migliorare lo stato di benessere.
Per chi soffre di disturbi o malattie serve a migliorarle.
Per chi ha qualche chilo di troppo è un passaggio indispensabile per acquisire quella autonomia che consentirà loro di mantenere il peso sotto controllo senza inutili sacrifici, sofferenze e fallimenti.
Seguire il percorso di educazione alimentare, proposto da un nutrizionista, significa sapersi orientare in campo alimentare, conoscere come utilizzare gli alimenti per migliorare la propria salute, per sentirsi bene, per migliorare il proprio aspetto, per controllare il peso. Le informazioni a disposizione in campo di alimentazione sono molto numerose. Il problema è riuscire a distinguere tra quelle vere e quelle false o tendenziose. Saperle utilizzare a proprio vantaggio è ancor più difficile.
Quando il peso non è quello desiderato l’educazione alimentare è indispensabile; serve a difenderti dalle frottole della pubblicità e a cambiare il sistema alimentare che fino ad oggi ti ha fatto ingrassare (magari dimagrire e poi ringrassare e poi dimagrire …) per reinventarne uno nuovo, tuo personale, che tenga conto soprattutto di te e di tutto il tuo mondo. Inserita in un percorso di controllo del peso, ti servirà per gestire il peso, raggiungere quello che ti fa sentire bene e non ingrassare in futuro. Scoprirai che il cibo è tuo amico e alleato per la tua salute e la bellezza. Grazie ad essa e altre metodiche, scopri come mangiare benissimo, ti diverti, mangi di più e meglio di prima, ma il peso ritorna e rimane giusto, non più quello che ti ha dato e ti da problemi, fastidi e danneggia la tua salute. In ogni programma di dimagrimento è indispensabile inserire un percorso di educazione alimentare grazie al quale reinventare un buon rapporto con il cibo e con se stessi. Scopri progressivamente cosa mangiare e quando, come mangiare e perché, come cucinare cibi gustosi, veloci e salutari.
Progressivamente si fa in modo che diventi un' abitudine del tutto naturale.
Uno degli obbiettivi irrinunciabili del metodo attivo per il controllo del peso è quello di farti acquisire autonomia, cioè di sapere, al termine del percorso, gestire da solo la tua alimentazione così da mantenere il tuo giusto peso in futuro. Da soli ci si accorge semplicemente di stare sempre meglio, sentirsi pieno di energie, la salute migliora, l’aspetto migliora, l’umore migliora. Avviene in modo del tutto naturale. Sono passaggi pratici che fanno acquisire esperienza diretta su cosa fa star meglio.
"Si dovrebbero sperimentare le cose prima di impararle, infatti si impara dall'esperienza". (Aristotele).



Ogni metodo di educazione alimentare si basa sulla semplicità, naturalezza e gratificazione. Si impara qualcosa quando ci gratifica, ci da soddisfazione; quando si sperimenta in prima persona un miglioramento, lasciando fare i vari passaggi con i propri tempi, secondo le necessità, valorizzando le proprie caratteristiche personali. Non parliamo di rinunce, ma di un corretto rapporto con il cibo e fra i cibi. Il medico assume il ruolo di guida che ti fa scoprire per esperienza diretta, passo dopo passo, come occuparti della tua alimentazione, divertendoti. Ti fornisce gli strumenti per modificare ciò che ti danneggia facendoti fare esperienza diretta. Il medico e il paziente collaborano in funzione di un obiettivo comune: la tua salute.

Dott.ssa Guerrera Mariacarmela
Biologa Nutrizionista

lunedì 14 aprile 2014

Cos'è lo Shiatsu?


 Lo Shiatsu é una disciplina evolutiva, che stimola la vitalità degli individui coinvolti.
Lo Shiatsu, é l'arte manuale per ritrovare il benessere e l'Equilibrio. 
Lo shiatsu scioglie tensioni, libera l' energia, migliora la funzionalità del nostro corpo, rilassa la mente. 

Shiatsu significa letteralmente “pressione con le dita”, esso stimola le naturali capacità di auto-guarigione dell’ uomo, viene praticato per i grandi benefici che apporta in termini di mantenimento e ripristino del benessere di corpo e mente.
E’ una pratica dolce, piacevole da ricevere, efficace, nella quale trovano beneficio anche gli anziani, i bambini, le donne in gravidanza e gli sportivi.
 Le caratteristiche dello Shiatsu sono: pressione perpendicolare al punto di contatto, costante nel tempo, con l’ uso del peso del corpo e quindi senza nessuna forza o tensione muscolare. La pressione si effettua con l’ uso delle dita delle mani, in particolare i pollici, i palmi, i gomiti, gli avambracci, in alcuni stili le ginocchia, i piedi. 
Le pressioni vengono quindi effettuate sui canali energetici (meridiani), in particolare quelli codificati come meridiani dell’ agopuntura cinese.

I Benefici dello Shiatsu
I benefici dello shiatsu si manifestano a diversi livelli: fisico, psico-emozionale ed energetico.
Dopo una seduta di shiatsu si avverte una sensazione di tranquillità e benessere generale.
Gli effetti dello shiatsu si evidenziano particolarmente sul sistema nervoso. 
A livello di questo apparato lo shiatsu permette di ritrovare una certa tranquillità, necessaria nel ricevere e rielaborare adeguatamente gli stimoli esterni di varia natura.
La pelle, la muscolatura e l' apparato osteo-articolare beneficiano dello shiatsu che attiva una migliore irrorazione sanguigna, una ottimale ossigenazione e permette una sana distensione muscolare.
Apparato digerente, l' eliminazione delle tossine e gli organi emuntori come fegato, reni ed intestino, stimolati dolcemente dalle pressioni shiatsu sui canali e punti di loro appartenenza, possono svolgere adeguatamente la loro funzione.
Apparato respiratorio, permettendo anche una miglior ossigenazione a beneficio dell'organismo stesso.
I benefici non sono solo fisici, lo shiatsu considera la persona nella sua totalità e per la Medicina Tradizionale Cinese agli organi corrispondono emozioni. Quindi persone che vivono stress, paure, ansia e depressione, possono trovare grande giovamento nello shiatsu.
Quest' arte completamente naturale aiuta ad attivare le capacità di autoguarigione.
Angela Scognamiglio
Insegnante di Shiatsu