giovedì 7 agosto 2014

Famiglie psicosomatiche

La  psicosomatica nasce dalla consapevolezza che la mente e il corpo sono strettamente collegati l'una all'altro, e che il mondo emozionale e affettivo influenzi quello fisico.
Quando si affronta il problema delle componenti psicologiche di un disturbo psicosomatico, ci si pone in una prospettiva che mira ad ampliare le capacità di comprensione del disturbo, allargandone la gamma dei significati. Il disturbo somatico non è soltanto l’indice dell’anomalo funzionamento di un organo, aspetto che non va mai dimenticato e sottovalutato, ma diventa anche espressione di influenze psicologiche ed emozionali che rimandano “al di là” dell’organo malato, diventa, soprattutto, manifestazione o “simbolo” di qualcosa che non è riducibile all’apparato che non funziona ma che deve essere esplorato e compreso.
Il corpo è la prima manifestazione del Sé; è la prima realtà soggettiva del Sé, affettivo-senso-motoria. Il Sé si costruisce attraverso la relazione di attaccamento, ma quando questi legami di attaccamento non compiono la loro funzione organizzatrice e regolatrice, il bambino si sente smarrito, vive delle angosce destrutturanti e sregolatrici, e senza nessuna possibilità di sperimentare conforto, compromettendo, in tal modo, l’organizzazione del Sè. Queste identificazioni primarie modellano l’architettura corporea del Sé, esse continuano ad abitare il corpo proprio dell’adulto e a modellare i suoi comportamenti durante tutta la vita.
Questo Sé, dunque, nasce e si sviluppa all’interno di un sistema familiare.
Il contributo più importante dato dalle teorie sistemiche alla psicosomatica è venuto da Salvador Minuchin, un pediatra e psichiatra argentino che ha lavorato negli Stati Uniti e in Israele diventando il maggior esponente dell’indirizzo strutturale della terapia familiare. Minuchin, attraverso i suoi studi, sviluppò un proprio modello di interpretazione dei disturbi psicosomatici basato sull’analisi della struttura familiare  (Minuchin, Rosman e Baker, 1978). Secondo questo modello, fattori stressanti possono favorire l’insorgenza di tale disturbo e una volta che esso è comparso, tende a essere mantenuto all’interno di una organizzazione familiare disfunzionale.
L’aspetto interessante di questo modello è che esso non trascura le componenti mediche e biologiche della malattia, ma le integra in una visione più complessa nella quale assume un’importanza centrale la relazione della persona con disturbo psicosomatico e con l'intero sistema familiare. Per Minuchin, non è tanto il sintomo o la malattia ad essere specifici, ma il modo in cui è organizzata la famiglia.
Minuchin individuò delle caratteristiche strutturali tipiche delle famiglie psicosomatiche. Ha notato che: i componenti della famiglia hanno la tendenza ad interessarsi eccessivamente, sono troppo coinvolti, intrusivi ed invadenti, capita spesso, ad esempio, che uno parli al posto dell’altro (invischiamento); inoltre, in queste famiglie, ogni segnale di malessere o di malattia, genera un alto grado di tensione che spinge la famiglia ad assumere un atteggiamento di eccessiva protezione verso la persona sintomatica, impedendone l’autonomia, l'individualità, e lo sviluppo di interessi esterni al gruppo (iperprotettività); il nucleo familiare è fortemente resistente ad ogni forma di cambiamento, può accadere che non appena un membro cerca di rompere questo equilibrio precario, la famiglia diventa  molto vulnerabile e cerca di ripristinare quell'equilibrio anche se precario e non funzionale (rigidità); tutto questo rende le famiglie poco tolleranti alle frustrazioni, i componenti della famiglia non tollerano nessuna forma di disaccordo, e i problemi vengono continuamente soffocati al loro nascere o  negati (incapacità di risoluzione dei conflitti).
In tali disturbi, generalizzando,  potremmo dire che quando il dolore non trova sfogo nelle lacrime, altri organi lo piangono (Mauddsley).  Le malattie somatiche sono quelle che più strettamente realizzano uno dei meccanismi difensivi più arcaici con cui si attua una espressione diretta del disagio psichico, vale a dire attraverso il corpo. In queste malattie la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute, sentite e sperimentate, trovano una via di scarico immediata nel corpo. La difficoltà a far venire alla luce le emozioni, qualsiasi esse siano, è così invalidante che il corpo diventa il solo mezzo per poter mostrare, a se stessi e agli altri, la propria sofferenza.  


Dott.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta
Dott.ssa Anna Verbicaro
Psicologa-Psicoterapeuta

giovedì 3 luglio 2014

Paura di ...


Paura di guidare un’automobile, di prendere un aereo, paura del buio, paura di … 
Le paure possono essere infinite, per quanto infiniti possono essere gli oggetti o le situazioni che ci troviamo ad affrontare nella vita di tutti i giorni. 
La paura è un’emozione che tutti abbiamo sperimentato nelle sue varie sfaccettature, e in relazione a diversi eventi o cose. Accompagna l’uomo fin dai suoi primi giorni di vita: un neonato ha paura dei forti rumori, un bambino di 8 mesi ha paura degli estranei; un bambino di 8 anni può aver paura del buio, e così via. 
Ma cos’è la paura? La paura  rientra nel gruppo delle emozioni primarie, cioè quelle emozioni che sono presenti sin dalla nascita, come anche gioia, sorpresa, tristezza e rabbia.  Il termine paura viene utilizzato per esprimere sia un’emozione attuale che una emozione prevista nel futuro, oppure un semplice stato di preoccupazione e incertezza. 
La paura è un sistema adattivo che modula il rapporto tra l'ambiente e l'organismo favorendo la sopravvivenza di quest'ultimo; ha una funzione positiva, così come il dolore fisico, di segnalare uno stato di emergenza ed allarme, preparando la mente il corpo alla reazione. Se la paura viene estremizzata e resa eccessivamente intensa, diventa ansia, fobia o panico, perdendo, in tal modo, la sua funzione fondamentale.
Nello specifico la paura si attiva quando i sensi percepiscono uno stimolo dannoso o potenzialmente dannoso per l'organismo, insomma quando incombe una minaccia. Alla paura segue uno stato di attivazione neurofisiologica che consente all'individuo di rispondere allo stimolo iniziale con  attacco, evitamento-fuga o nella peggiore delle ipotesi con un blocco. Precisamente, si accompagna ad una attivazione del sistema nervoso autonomo parasimpatico, e si ha quindi un abbassamento della pressione del sangue e della temperatura corporea, diminuzione del battito cardiaco e della tensione muscolare, abbondante sudorazione e dilatazione della pupilla. Il risultato di tale attivazione è una sorta di paralisi, ossia l'incapacità di reagire in modo attivo con la fuga o l'attacco. Ciò accade in quelle situazioni in cui si vive la percezione soggettiva di non avere via d’uscita. Spesso, infatti, si tende a parlare della paura come di qualcosa che blocca l’individuo da qualcosa che ritiene più grande di sé, e gli impedisce di fare un salto evolutivo, facendo sperimentare all’individuo una forte sensazione di impotenza. Sono comportamenti, reazioni che appaiono come una disperata richiesta del nostro corpo e della nostra mente a ricevere sicurezza e protezione. 

Dietro ad una nostra paura, per quanto inoffensiva o incontenibile sia, si nasconde una sua ragione d’essere: la paura svolge una precisa funzione, che affonda le sue origini nella storia personale di ognuno di noi. Le paure ci pongono inevitabilmente dinanzi alla necessità di compire dei salti evolutivi, e di fare delle scelte, e tutto questo fa sentire l’individuo non più al sicuro.

Vincere una paura non vuol dire cancellarla ignorandola, e neppure arrendersi impotenti ad essa. Piuttosto bisogna disporsi con uno stato d’animo aperto, avvicinare e osservare la paura con meno diffidenza e più interesse e curiosità. L’accettazione è il primo passo. Questo vuol dire non solo ammettere di avere paura, ma anche cercare di comprenderla, ascoltarla, e cercare di dare un significato al messaggio che porta con sé.

Con l’aiuto di un percorso psicoterapeutico, di un sostegno psicologico, si può uscire da questa sensazione di impotenza, e si possono costruire o rinforzare quegli aspetti fragili e vulnerabili di sé; inoltre, si possono sperimentare nuove strategie, e migliorare il proprio modo di vivere e affrontare le proprie paure. In questo modo, la paura diventa un potenziale strumento di crescita e d’evoluzione per ogni individuo che intende mettersi in gioco e trasformare quel blocco o quella fuga in capacità di ascoltare i propri bisogni fin’ora bloccati dalla paura.  

Dott.ssa Stefania Alfano 
Psicologa-Psicoterapeuta







martedì 1 luglio 2014

Idratiamoci a Tavola!

Con l’arrivo del grande caldo si sa, possono arrivare anche dei piccoli disturbi o malori dovuti all’ eccessiva e repentina perdita di liquidi corporei. Tra le categorie più a rischio, insieme agli anziani, ci sono bambini e donne in gravidanza, che più di tutti necessitano di liquidi in percentuali maggiori. Il nostro corpo è fatto di acqua ed ha bisogno di tanta acqua al giorno, il segreto per vivere meglio, per dare più luminosità alla pelle, per combattere la cellulite e, perché no, per perdere qualche chiletto di troppo è proprio quello di "abbeverare" il nostro corpo. 




Il consiglio sempre valido è innanzitutto quello di bere sempre almeno un litro e mezzo d’acqua al giorno, costantemente e lungo tutto l’arco della giornata. L’acqua ci depura e più ci fa bene, più ne beviamo più eliminiamo tossine. La bevanda migliore resta l’acqua possibilmente oligominerale e con residuo fisso sino a 200 mg/l. E’ consigliabile quindi, se non vi sono controindicazioni, consumare in abbondanza questi alimenti. E’ inoltre importante sottolineare che spesso i bambini non sono in grado di esprimere il loro bisogno di sete, per cui è compito dei genitori farli bere frequentemente, soprattutto d’estate nel corso dell’intera giornata, oltre che durante e dopo il gioco e l’attività sportiva. In alternativa all'acqua è possibile consumare tè e tisane naturalmente prive di calorie. I succhi di frutta, i centrifugati di verdura e i frullati sono un concentrato di vitamine e sali minerali e hanno il vantaggio di essere anche gustosi, ma attenzione vanno bevuti subito per non perdere preziose vitamine. Apportano un discreto numero di calorie quindi fate attenzione se siete in sovrappeso. Mangiare verdura e frutta che contengono un’alta percentuale di fibre e acqua, placa lo stimolo della fame, ci sazia prima e ci aiuta ancora di più. Da oggi, idratarsi mangiando deve essere il nostro impegno. Cominciamo consumando regolarmente zuppe, passati di verdura, thé, tisane, ortaggi e frutta contenenti molta acqua. In alcuni alimenti, la percentuale d’acqua arriva anche al 90% su100 grammi. Quindi abbondiamo di contorni a base di fagiolini, peperoni, cavolfiore, sedano, cipolle, verdura a foglia larga e insalata, finocchi, ravanelli, cetrioli, zucca, pomodori, zucchine, melanzane, ecc. e per frutta scegliamo agrumi in genere, cocomero, melone, ananas. Carote, carciofi, mele, pere, susine, albicocche, uva ne contengono il 70% circa, quindi benissimo anche questi ingredienti sulla nostra tavola per idratarci mangiando. Le ricette con questi alimenti sono veramente tante, cerchiamo sempre di condire poco, cuocere al vapore o alla griglia quando possibile e spazio alla fantasia. Se siamo costanti, se non dimentichiamo di bere, ricordandoci magari di portarci dietro una bottiglietta d’acqua in borsa, la pelle ci ringrazierà e si cominceranno a vedere presto gli effetti di luminosità e anche la cellulite piano piano diminuirà. Bere molto aiuta a completare l’azione depurativa dell’alimentazione corretta.


Dott.ssa Mariacarmela Guerrera
Biologa Nutrizionista

mercoledì 25 giugno 2014

I bambini e lo sport: muoversi divertendosi

Lo sport è un elemento fondamentale per il sano sviluppo dei bambini, tanto da esser stato riconosciuto dalle Nazioni Unite come un diritto fondamentale.  Secondo l'art. 31 della Convenzione sui diritti dell'infanzia:  “Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica [...]”
I bambini hanno un istinto naturale a muoversi, e nel praticare una giusta attività sportiva si divertono, ma per motivarli sono necessari incoraggiamento e sostegno da parte di adulti (genitori, insegnanti, allenatori) consapevoli dell’importanza dell’attività fisica. 
Nella scelta dello sport da praticare, è importante che i genitori concordino con i figli il tipo di attività fisica da svolgere e lasciare che il bambino scelga lo sport a lui più gradito, tenendo presente le sue caratteristiche strutturali, l’età ed il suo carattere. Ma accade spesso, invece, che sono i genitori a decidere per lui. 
Esistono attività sportive che possono essere intraprese fin da piccoli, anche a 4-5 anni, in quanto il bambino ha raggiunto il grado di sviluppo e coordinazione necessari per apprendere le tecniche sportive; altre attività sportive, invece, richiedono uno sviluppo fisico maggiore e devono iniziare più tardi, verso gli 8 - 11 anni.
Il tema del gioco, soprattutto dai 5 agli 8/9 anni, dovrà essere preponderante, preferendo all’agonismo la collaborazione e, soprattutto, il divertimento, che se dovesse mancare potrebbe essere motivo di abbandono e di rifiuto dell’attività sportiva. È importante sottolineare però che un bambino si avvicini allo sport quando ha raggiunto una competenza motoria che gli permetta di affrontare impegno e sforzo in maniera piacevole e divertente, per non sentirsi frustrato dagli insuccessi. L'obiettivo, in ogni caso, deve essere: muoversi divertendosi. 
Praticare regolarmente uno sport favorisce nei bambini la crescita armonica del corpo e lo sviluppo della mente e della personalità; per questo lo sport rappresenta uno strumento fondamentale che i genitori possono adoperare per favorire un armonioso sviluppo fisico ed emotivo nei loro figli. 
Il punto di forza dell'attività sportiva, è che contiene gli elementi importanti per lo sviluppo emotivo, per la cooperazione, e per lo spirito d'appartenenza del gruppo. Lo sport praticato dai bambini, funge da regolatore dell' emotività e delle energie negative in surplus, e ancora, favorisce la socializzazione e il rispetto delle regole, ed è fonte di aumento di autostima attraverso l’esecuzione di esercizi, il superamento di prove e gare, il confronto con i propri pari età e i feedback forniti dall’insegnante. Nell’ insegnare a definire e a raggiungere obiettivi, si favorisce l’apprendimento del rapporto tra l’impegno speso e il risultato raggiunto, questo rinforza nel bambino il proprio senso di efficacia personale. Durante l'attività sportiva, il bambino si adeguerà alle regole, assimilando degli atteggiamenti fondamentali per la convivenza civile, come accettare le critiche, obbedire agli ordini e imparare a perdere.
Lo sport è un’opportunità per uscire dall’ambiente familiare protetto, permette di creare relazioni con i coetanei e con nuovi adulti di riferimento; quindi è un ottimo strumento di socializzazione. Tutti principi, questi, che sono alla base per un sano sviluppo.
L’approccio del genitore verso l’attività sportiva del figlio deve essere di sostegno e di supporto, prestando attenzione al clima emotivo. Ma soprattutto i genitori devono cercare di valorizzare le capacità e le potenzialità del figlio, e accrescerne il senso di auto-efficacia. 
Dunque lo sport non è fare solo del movimento, ma è educazione, rispetto, cultura, valori, benessere, stare insieme, accettazione dei propri limiti, valorizzazione delle proprie risorse, collaborare, mettersi alla prova, autocritica, obiettivi da raggiungere e da condividere. E' amicizia, e sana competizione. Insegna a gioire della vittoria e ad accettare l'amarezza della sconfitta, a cadere per poi rialzarsi, e soprattutto a vivere le emozioni e a saperle gestire. 

Dr.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta

lunedì 16 giugno 2014

In Equilibrio durante la Gravidanza e l' Allattamento

Seguire un’alimentazione corretta durante il periodo della gravidanza e successivamente quello dell' allattamento costituisce un fattore di grande importanza al fine di tutelare il corretto sviluppo del futuro bambino ed una sua adeguata crescita.
Bisogna seguire una dieta equilibrata nei micro e macro nutrienti e introdurre la giusta quantità di calorie necessarie a soddisfare il bisogno energetico della mamma e del bimbo che porta in grembo.
Ciò non significa però, come si credeva un tempo, che bisogna “mangiare per due”.

L’obesità in gravidanza provoca in più dislipidemia, iperinsulinemia, disfunzioni vascolari e infiammazione cronica. Queste modificazioni danneggiano l’endotelio e contribuiscono a complicare la gravidanza. Il sovrappeso e l’obesità aumentano, infatti, il pericolo di andare incontro a diabete gestazionale ed ipertensione.
L’ideale è portare avanti la gestazione partendo da una condizione di normopeso (BMI compreso tra 20-25) laddove l’aumento di peso auspicabile sarà compreso tra 9 e 15 Kg. Nel caso in cui si partisse da una condizione di sottopeso (BMI < 18,5) è invece auspicabile aumentare di peso dai 12 fino ai 18 Kg. Infine, è bene ricordare che, nel caso in cui si fosse in sovrappeso o obese (BMI > 25), non si devono prendere durante la gravidanza più di 11 Kg.
Da queste evidenze, appare chiaro come affidarsi ad un nutrizionista di fiducia possa essere di aiuto per affrontare un periodo così delicato e importante quale la gravidanza. Un altro motivo per affidarsi ad un nutrizionista è quello relativo all’estetica della donna che come sappiamo è messa a dura prova dalla fisiologica ritenzione di liquidi e tensione dei tessuti a seguito del brusco aumento e diminuzione del peso corporeo. Smagliature e cellulite sono in agguato e appaiono più evidenti proprio quando sono troppi i kg presi durante la gravidanza, kg che tendono spesso ad essere smaltiti con grande difficoltà. Per evitare le smagliature, è necessario prendere questi kg poco alla volta e non tutti insieme; stesso discorso vale per il dimagrimento troppo rapido che porta sempre alle smagliature della pelle.

Per quanto riguarda invece il discorso relativo all’allattamento, il consiglio unanime dei nutrizionisti è da sempre quello di non fare delle diete "fai da te" durante tale periodo. Ciò che si teme, infatti, è che la donna vedendosi ingrassata cominci a fare una dieta pericolosa per lei e soprattutto inadeguata per far crescere al meglio il bambino. Dopo il parto, la maggior parte delle donne, desiderano recuperare il peso ed il tono muscolare che avevano prima della gravidanza. Allattare al seno aiuta già a perdere peso in misura di un chilo al mese circa considerando un consumo di calorie che oscilla tra 600 e 950 kcal/die per produrre 850 ml di latte al giorno.
Una corretta dieta moderatamente ipocalorica stilata dal nutrizionista non influenza la produzione di latte e consente di cominciare già durante la fase di allattamento a perdere i Kg di troppo presi durante la gravidanza, garantendo un adeguato nutrimento al nascituro.




domenica 1 giugno 2014

Cosa penso di me?


Molte persone si sentono inadeguati ad affrontare determinate situazioni,  riportando una valutazione negativa di sé e una bassa autostima. L’autostima si può definire come un’esperienza soggettiva e stabile di valutazione del proprio valore, basata sulla considerazione che si ha di sé: “Cosa penso di me?”. A seconda della percezione che ciascuno ha di sé, l'autostima può tradursi in atteggiamenti negativi (con ansia, apprensione, senso di inadeguatezza, scarsa fiducia nelle proprie capacità) o positivi (positività, apertura agli altri e alle situazioni, assertività). 
William James definisce l’autostima come il rapporto tra il Sé percepito e il suo Sé ideale: il Sé percepito equivale al concetto di sé, alla conoscenza di quelle abilità, caratteristiche e qualità che sono presenti o assenti; mentre il Sé ideale è l’immagine di quello che ci piacerebbe essere. L’ampiezza della discrepanza tra come ci vediamo e come vorremmo essere, è l’indice di quanto siamo soddisfatti di noi stessi.
Le relazioni interpersonali, la competenza di controllo sull'ambiente, il successo scolastico, l’emotività e il vissuto corporeo, sono molto importanti per lo sviluppo dell’autostima e sono le componenti che influenzano, in egual misura, la formazione dell’autostima globale.
La persona con una bassa autostima può percepirsi come un fallito, non meritevole di amore e sperimenta una lunga serie di sconfitte accompagnate, spesso, da sentimenti d’impotenza. Chi sperimenta una bassa autostima non si sente sufficientemente sicuro del proprio valore e delle proprie qualità,e capacità, evita di fare delle scelte e di conseguenza evita di agire per un eccessivo timore di sbagliare, e inoltre sperimenta maggior incertezza nel cercare una soluzione.

In pratica l’autostima, indica in che misura ci consideriamo importanti, capaci e di valore.
La formazione del proprio modo di considerarsi e definirsi, e la valutazione del proprio valore ha origine in un’età molto precoce. Nei primi anni di vita, il bambino sviluppa un’immagine di sé, in base alla percezione di una positiva o negativa relazione con le figure primarie. Questo primo scambio relazionale e la conseguente sicurezza (o insicurezza) interiore che il bambino sviluppa, sono connessi alla futura capacità di autorealizzazione. La capacità di affrontare gli eventi in momenti critici o di cambiamento, dipenderà proprio dal senso di sé che si è sviluppato in questa delicata e importantissima fase della vita. L'immagine di sé che sviluppa un individuo che ha avuto un attaccamento sicuro, è di essere una persona amabile, degna di essere amata, con buona autostima, che ha fiducia negli altri (ma non in modo indiscriminato). Sarà un individuo amabile con le persone amichevoli, difeso con chi percepisce come ostile, si prenderà cura di sé e delle persone che ama, non si affiderà alle persone che non conosce, sarà selettivo nei comportamenti empatici e nel rivelare se stesso, saprà appoggiarsi agli altri.
Mentre, bambini con modelli di attaccamento insicuro, saranno poi individui incapaci di regolare da soli i propri stati emotivi e in tal modo sperimentano un livello eccessivo di ansia, rabbia e desiderio di ricevere cure. Una bassa autostima, in genere, ha origine da precoci esperienze di rifiuto, trascuratezza, carenza affettiva, e trascuratezza emotiva.
Affermazioni espresse da persone significative, come ad esempio: “Stai sbagliando tutto”, “Se fai così non vali niente”, “Sei sempre il solito”, “Non hai ambizione”, “Mi hai deluso”, possono diventare aspetti identitari che si attivano in noi nel momento in cui dobbiamo fare delle scelte o dobbiamo affrontare una particolare situazione. La bassa autostima è come una profezia che si auto-avvera: credo che non riuscirò a fare una cosa, per cui non ci riuscirò davvero.

Quanto detto non vuol dire, però, che non possiamo modificare il nostro livello di autostima, o le nostre cognizioni negative e le emozioni legate ad esse.  
La sicurezza interiore e il senso di autostima, richiedono la capacità di integrare due bisogni: il bisogno di autorealizzazione (essere se stessi) e il bisogno di appartenere. Aumentare la propria autostima significa affermare se stessi nel coraggio di essere individui autentici.
È fondamentale, prima di tutto, diventare consapevoli di questo “critico interiore”, e poi cominciare a metterlo in discussione: "Sto davvero sbagliando tutto?", "Non valgo niente?"...   
Per una buona stima di sè, è importante riconoscere i propri diritti, ascoltare i propri bisogni, definire limiti e confini, considerare le proprie risorse, esprimere le proprie opinioni, prendersi cura di se fisicamente ed emotivamente, imparare a riconoscere le proprie qualità, stabilire degli obiettivi e raggiungerli.  Accrescere l’autostima significa fare un passo dentro di noi, ed esplorare e riconoscere quelle risorse interne che ci permetteranno di attuare il cambiamento. 


Dott.ssa Stefania Alfano
Psicologa-Psicoterapeuta




giovedì 15 maggio 2014

L’emancipazione dei genitori dai figli: l’adolescenza.


Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui 
le loro madri li danno alla luce,
 ma la vita li costringe ancora molte
 volte a partorirsi da Sé.
Gabriel Garcia Marquez


La condizione degli adolescenti oggi è condizione che ci è sembrata interessante da approfondire e sviluppare in questo articolo. Fatti di cronaca ed esperienze quotidiane ci hanno portato a riflettere su questo critico momento di vita sia per l’adolescente che per la sua famiglia. 
L’adolescenza è un evento critico che mette a dura prova la capacità di adattamento e flessibilità dell’intera organizzazione e struttura familiare: si tratta di una sfida evolutiva che coinvolge sia l’adolescente che la coppia genitoriale. L’adolescenza, per questo, è stata definita “un’impresa evolutiva congiunta” di genitori e figli (Scabini, 1995), che si caratterizza non tanto per la brusca e netta separazione dell’adolescente dalla famiglia, quanto piuttosto per una trasformazione e ristrutturazione dei legami preesistenti. Nicolò-Corigliano e Ferraris (1991) sottolineano che “l'adolescente, nel suo processo di svincolo, metterà in discussione non solo i modelli di funzionamento familiare ma anche i valori,  gli ideali e le credenze” di tutta la famiglia. 
Il processo evolutivo della famiglia, si snoda in una sorta di mobilità intersistemica, un passaggio, obbligato ma sereno, tra i diversi universi relazionali; è visto come un processo di continua ristrutturazione della trama dei rapporti relazionali tra i membri della famiglia e quello delle generazioni precedenti. Il sistema familiare fa inevitabilmente i conti con il tempo. Il tempo è inteso sia come “ flusso temporale molto ricco, punteggiato e continuamente trasformato dai tempi dalle nascite, dai tempi della crescita, e dalle entrate e uscite dei diversi componenti del sistema familiare” (Andolfi, 2003), sia come “ ritmo che orchestra i legami vitali di più generazioni, che, tramite azioni e racconti, danno luogo alla storia familiare. Il tempo familiare ha perciò vita più lunga del tempo individuale, lo travalica, rappresentando l’elemento di continuità nel passaggio delle generazioni” (Cigoli,1997). Secondo la teoria transgenerazionale di Boszormenyi-Nagy (1973), ogni famiglia non finisce in se stessa dal momento che c'è un lascito dalle rispettive famiglie di origine. Boszormenyi–Nagy e Spark (1973), parlano di lealtà invisibili; una forza sistemica, funzionale al mantenimento del gruppo multi generazionale, attraverso un invisibile tessuto di aspettative. Esiste nelle famiglie un bilancio invisibile trascritto su un libro dei conti in cui gli obblighi passati e presenti influenzano la consegna di ruoli e di aspettative secondo quella che è l’etica dei rapporti e il senso di giustizia formato all’interno della famiglia. 
In quest’ottica, i sintomi attuali diventano il risultato di un processo multi generazionale; tramite il “processo di proiezione della famiglia” i problemi non risolti dei genitori possono trasmettersi sui figli. Diversi autori considerano uno specifico fattore di rischio le esperienze traumatiche irrisolte nel passato del genitore, vissute senza la possibilità di sperimentare conforto e lenimento (Di Noia, 2009). Talvolta problemi personali che si è fatta fatica a lasciare indietro, per cercare di costruire un proprio futuro, ritornano come “scheletri nell’armadio” (Malacrea, 1998).
Laddove il genitore abbia una condizione mentale di dissociazione in rapporto a esperienze traumatiche passate o esperienze di perdita non elaborate, può manifestare, in particolare, una specifica difficoltà a prestare un’attenzione agli stati affettivi del figlio e, in generale, una difficoltà a rivestire il ruolo di genitore. 
Ogni cambiamento interno al sistema, comporta una rielaborazione e assegnazione dei ruoli e delle funzioni che si trasformano nel tempo, e che vengono assunte e interpretate in modo nuovo dagli altri componenti (Migliorini, 2008). Ad ogni tappa del ciclo di vita di una famiglia, corrisponde una situazione nuova da affrontare che mette inevitabilmente in crisi le vecchie modalità e richiede necessariamente un nuovo assetto familiare. La crisi costituisce il primo atto di una nuova fase maturativa che contiene il massimo del potenziale di cambiamento (Andolfi, 2003).
Dott.ssa Alfano Stefania
Dott.ssa Rosa Miniaci, Psicologa
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